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100 milioni bruciati in sei mesi: chi è Storch, l'uomo che ha reinventato l'hip hop

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C’è stato un tempo, neanche 20 anni fa, in cui i jeans a vita bassa erano la regola. Un tempo in cui chi vendeva suonerie era ricco. In cui i lettori Mp3 pullulavano di pezzi RnB e hip hop dalla vena orientaleggiante, perfetti per una danza del ventre coi jeans a vita bassa. Ora, per quanto quelle dei jeans e delle suonerie siano storie abbastanza appetitose, in questo caso ci concentreremo sulla terza, che più che appetitosa è allucinante. E che in pochi conoscono. È la storia di Scott Storch.

La storia di Scott Storch

È la storia dell’uomo che è arrivato dal nulla, ha scritto tutti i pezzi più famosi dell’hip hop e dell’RnB tra il ‘99 e il 2006 e poi in sei mesi ha speso tutti i soldi che ha guadagnato (circa 100 milioni di dollari). Arrivando pure a tanto così dal lasciarci le penne e tornando in poco tempo nell’anonimato dal quale veniva. Per poi riemergere dopo più di 10 anni, profondamente cambiato. Il suo nome è Scott Storch ed è impressionante sbirciare alla quantità di inni da club che ha scritto, da Candy Shop di 50 Cent a Baby Boy e Naughty Girl di Beyoncé. Suo è il pianoforte in loop più famoso nella storia del rap, quello di Still Dre di Dr. Dre feat. Snoop Dogg, e sempre sua è la firma sulla coppia di brani più riuscita di tutto l’RnB del XXI secolo: Let Me Love You di Mario e Cry Me a River di Justin Timberlake. In parole povere, l’85% dei pezzi in prima posizione su Billboard USA tra il 2003 e il 2005 è stato scritto dalla sua mano. La sua firma inconfondibile, che si può riscontrare in numerosi brani, è un beat arabeggiante. Quel sinuoso vorticare di archi che a detta dello stesso produttore vuole suonare sexy a tutti i costi. E ci riesce eccome: vedi quell’altra fucilata da dancefloor che è Lean Back della Terror Squad feat. Fat Joe & Remy. Ma, scritta dal nostro in appena 15 minuti.

Gli inizi

E pensare che l’uomo dall’inseparabile occhiale Carrera non inizia neanche come autore, ma come primo tastierista dei Roots. Storch nasce nel ‘73 a Long Island, New York, da una famiglia di origini ebraiche e lituane. Suo padre fa lo stenografo nei tribunali, mestiere che lo porterà a spostarsi parecchio. Sua madre è una ex cantante ormai decaduta. Alla nascita di Scott, l’etichetta con cui aveva un contratto discografico, la Cameo-Parkway di Philadelphia, è già morta e sepolta, ennesima vittima della febbre da Beatles e della cosiddetta British Invasion del 1964. Dopo il trasferimento in Florida, Scott inizia a schiacciare tasti sul pianoforte, pur non sapendo minimamente come funzioni. Il suo insegnante di piano lo liquida come una “causa persa”. Della teoria al giovane Scott importa poco. Lui vuole suonare le canzoni. Impara così i pezzi di Ray Charles e Bruce Hornsby con un sistema ingegnoso: un mangianastri sapientemente piazzato sul porta spartiti gli permette di stoppare la traccia e “indovinare” gli accordi sulla tastiera. Quando Scott ha 12 anni il padre di una sua amica gli chiede di suonare per il cocktail che ha organizzato una sera a casa sua. Finito il concertino, gli allunga una banconota da 100 dollari. «In quel momento ho capito cosa avrei fatto nella vita», racconta Storch nel 2018 alla Red Bull Music Academy. A 15 anni viene cacciato di casa. È solo da qualche mese che vive col padre nei sobborghi di Philadelphia, ma a scuola viene bullizzato pesantemente. Così, in gran segreto smette di andarci. Ogni giorno prende il treno e passa le sue giornate in città, frequentando la scena hip hop della metropoli. Qui conosce Richard Nichols, futuro manager dei Roots, che gli organizza quasi subito un provino con il nucleo di quella che poi sarà la band: Questlove e Black Thought. Inutile dire che il duo rimane ammaliato da questo ragazzino bianco cresciuto in South Florida. Nessuno poi, nel boom del gangsta rap anni Novanta, si sognerebbe mai di usare una roba così antiquata come un pianoforte elettrico, un Fender Rhodes. Figuriamoci un modello tutto scassato come come quello di Storch, con due tasti mancanti.

I Roots

Nel frattempo, il padre viene a sapere di tutte le assenze a scuola e lo mette alle corde: o torni a scuola o vai via di casa. Morale della favola, con il nuovo arrivato alle tastiere i Roots ottengono il loro primo contratto discografico, contribuendo attivamente a quello che poco più in là verrà definito neo-soul (oggi si sente ovunque, Italia compresa). E a quel punto, chi ha bisogno di andare ancora a scuola? Seguono anni intensi con la band, ma piano piano al nostro comincia a stare stretta la qualifica di “quello che suona la tastiera nei Roots” o “quello che scrive i pezzi ai Roots”. La band si sta facendo un nome, e lasciare il gruppo proprio sul più bello sembra a tutti un suicidio. La fidanzata dell’epoca con la delicatezza di un bulldozer lo mette in guardia dicendogli che diventerebbe senza dubbio “il Pete Best dei Roots”. Ovvero, l’equivalente americano del batterista che lasciò le fila dei Beatles appena prima del successo. Figuriamoci che bella soddisfazione si prende Storch quando, nel ‘97, in qualità di autore e libero professionista vince il primo Grammy grazie a You Got Me, un pezzo scritto... proprio per Roots feat. Erykah Badu. Un risultato che gli apre le porte del Paradiso.

La scoperta di Dr. Dre

Dr. Dre è il primo ad accorgersi del suo potenziale: gli compra un biglietto d’aereo per Los Angeles e lo piazza davanti a un pianoforte mentre un loop suona in sottofondo. E pensare che, anche in quel caso, prima di partire gli “amici” più stretti cercano di farlo rinunciare all’idea di collaborare con Dre. «Sei fuori tempo di 10 anni, Dre ormai è finito» gli dicono. Nello studio di Dre, in 5 minuti, Storch improvvisa sulla tastiera il riff di piano più famoso nella storia del rap. Ci sarebbe poi da parlare del fatto che ogni singola parola del testo di Still Dre, compresa la strofa di Snoop Dogg, è stata scritta da un giovane Jay Z, che solo anni dopo verrà creditato come autore. Ma a noi interessa la musica, la parte strumentale del pezzo. Soprattutto perché, da quel momento, la vita di Scott cambia radicalmente. E la storia, come promesso, si fa sempre più allucinante. Arrivano i Duemila, il temutissimo Millennium Bug si rivela una fuffa e il nostro beniamino mette letteralmente la quinta. Dal 2001 al 2005 trita successi senza mai schiodarsi dal tragitto casa-studio. Scrive Run it! per Chris Brown, Baby Boy per Beyoncé, Let Me Blow Your Mind per Eve feat. Gwen Stefani, Just a Lil Bit e la mostruosa Candy Shop per 50 Cent: inni generazionali che, in alcuni casi, tipo Lean Back per la Terror Squad, diventano anche dei balli virali prima ancora dell’era social.

«He's just a piano man»

I nemici spuntano inevitabilmente fuori a un certo punto. Emblematico il caso di Timbaland che lo chiama per scrivere il riff portante di Cry Me A River per un allora appena 21enne Justin Timberlake, alle prese col primo album solista. Scott lo scrive, ma Timbaland poi non lo credita tra gli autori. “He’s just a piano man” è la frase famosa che quest’ultimo sputa contro il nostro. Per inteso, seppellita poi l’ascia di guerra, Storch anni dopo farà sua questa frase, tatuandosela sulla pelle. I’m the piano man. Fatto sta che, a un certo punto, da qualche parte nella timeline degli eventi, qualcosa va storto. «Immaginatevi di essere un ragazzo nerd che non è mai uscito dallo studio, con tantissimi soldi nel conto in banca», racconta. «E un bel giorno venite catapultati in un mondo di party sfrenati e cocaina». La cosa più assurda di tutto questo è che basta un solo mese. Un mese di vacanza a Hollywood nel 2006 per cadere nel baratro. «Conosco Scott dal ‘92» confida il manager in un’intervista del 2006 a MTV. «È sempre stato un lavoratore. Ma nell’agosto 2006 ci siamo presi un mese di vacanza. E non è più tornato». In un arco di tempo di sei mesi da quell’agosto maledetto, Storch compra in media una macchina da mezzo milione di dollari ogni due settimane. Bugatti, Ferrari, Bentley. Arriva a possederne una ventina. In una tempesta di endorfine indotte dalla coca, compra anche uno yacht da 35 metri e lo battezza “Tiffany”. Viaggia in aerei privati per l’Europa da 250k dollari a tratta, affitta interi piani di hotel di lusso a Las Vegas solo per giocare a fare il Re.

Sommerso dai debiti

Se per il resto del mondo la crisi arriva nel 2008, su Storch piomba nei primi mesi del 2007. Quasi 70 milioni di dollari andati in fumo, di cui 6 letteralmente pippati dal naso. Dopo aver speso come un pascià per fare colpo su Paris Hilton (le produce anche qualche pezzo per l’album Paris) e aver abbandonato Janet Jackson nel suo studio per ben 8 ore («Volevo fare qualcosa, così me ne sono andato e l’ho lasciata lì»), i debiti piombano sul suo collo ingioiellato come la più gelida delle docce. Dichiara bancarotta due volte, nel 2009 e nel 2015, e nel mezzo ci scappano pure due arresti: uno per furto d’auto, per non aver restituito una Bentley il cui contratto di leasing scadeva tre anni prima, e l’altro per possesso di cocaina. A Las Vegas, ça va sans dire. Se contiamo anche gli immobili e le ville in Florida, il computo totale si aggira sui 100 milioni di dollari, inceneriti in meno di un anno. «A volte, le persone sopravvivono alle dipendenze semplicemente perché finiscono i soldi» racconta in un’intervista radio. «Se sono qui a raccontarlo è proprio perché li ho finiti anche io, e meno male.» Da quattro anni a questa parte, Scott Storch è ritornato a firmare in sordina pezzi da multi-platino, come la Zack and Codeine dentro allo spaventoso secondo album di Post Malone, Beerbongs and Bentleys. E tanto per unire l’utile al doveroso, a metà 2020 ha aperto un centro di riabilitazione che cura le dipendenze con la cannabis. Lontano dai riflettori, lontano dalle tentazioni e forse nel suo caso anche dalle vacanze.

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