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Noi ristoratori colpiti dal covid

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La locanda di Vittorio si trova nel centro storico Napoli, a pochi passi dall’università e dal mare. Una creatura appena nata - Vittorio l’ha inaugurata nell’agosto 2019 in un ex fondo dove si lavorava il ferro - che richiede cure e passione. «Sono nella ristorazione da quando ho quattordici anni. Ogni giorno lavoro dalle 8.30 all’una. Non sento la fatica: se si lavora con amore, è come non lavorare mai», ci dice, con la punta di ingenuità tipica dei giovani. Ci racconta orgoglioso che il suo locale è l’unico che fa cucina napoletana come una volta e si mette snocciolare nomi complicati e antichi. «Sono cresciuto con i miei nonni, loro mi hanno insegnato a rispettare il cibo giorno per giorno. E a fare questi piatti andati un po’ persi. È qualcosa che mi viene da dentro, perché amo mangiare e amo studiare: c’è tantissimo da poter proporre a chi mi viene a trovare». Ma con il lockdown prima e il DPCM del 25 ottobre dopo, tutto è cambiato. «Sono un ragazzo, ma adesso mi sento addosso la stanchezza di un cinquantenne: le attività sono come figli».

Le conseguenze del decreto

Il ristorante di Vittorio è molto conosciuto a Napoli. Ma con quattro persone in cassa integrazione, dice, equivale a stare chiusi. «È complicato gestire questa situazione. Per noi è una grandissima perdita. Siamo più in ginocchio ora che durante il lockdown, quando perlomeno avevamo le tasse bloccate. Adesso invece i politici se ne sono lavati le mani. Il lavoro mi è stato tolto dalle braccia. È come se Conte fosse un assistente sociale che stabilisce lui quando possiamo vedere i nostri figli». Le perdite di fatturato sono pari al 100%. «Hai perdite di materia prima ma le utenze rimangono le stesse, con la quota minima che è molto alta. Se non lavoro pago comunque 300-400 € al mese. L’ho sperimentato già con la quarantena». Vittorio aveva investito per mettere a norma il locale: su ognuno dei dodici tavoli aveva posizionato un contenitore con il gel per le mani. Poi distanziamento rigoroso e mascherine. «A me stava bene il coprifuoco alle 11 di sera, anche se non si lavorava comunque come prima. Si lasciava un cartellino sul tavolo per ricordare ai clienti la chiusura alle 23 e poi tutti a casa. Con il nuovo DPCM cambia tutto. Non volevamo tanto, solo un po’ di logica nelle scelte imposte». Ci dice che è molto dura anche per i suoi dipendenti. «Siamo una famiglia. Dirgli di stare a casa perché non posso pagarli non è semplice, sono loro il cuore dell’attività, ma adesso sanno che devono difendere il ristorante». Vittorio rispetterà il decreto, non sfiderà le forze dell’ordine. «Non è un bello spettacolo vedersi piombare polizia e carabinieri mentre si è tavola. Soprattutto perché fare il ristoratore significa rappresentare una città. E un intero Paese».

La Firenze desolata del DPCM

Giacomo ha 26 anni ma parla già come un ristoratore con trent’anni di esperienza, nonostante sia nel mondo della ristorazione solo da quattro anni, grazie a suo fratello. Ha due attività nel centro del capoluogo toscano, una aperta ad agosto dell’anno scorso e l’altra cinque anni fa. Due imprese a conduzione familiare, che fatturavano mezzo milione, tra pasticcini, torte e cocktail. Il fiore all’occhiello della famiglia. «Stiamo facendo sacrifici economici enormi per non mandare il personale in cassa integrazione, ho sulla coscienza le famiglie che dipendono da questa attività. Ci stiamo togliendo il pane di bocca per dividerlo», ci dice. «Noi ci siamo organizzati attivando il servizio di delivery di cocktail e aperitivi, ma sono tutti palliativi. Anche perché la concorrenza c’è anche in questi periodi. Per andare avanti dovremo fare richiesta di accesso al credito, nonostante le mie attività fossero sane, perché le misure del decreto ristori sono prese in giro. A noi invece servono aiuti concreti, come prestiti a fondo perduto o un condono fiscale. E invece non ci sono tutele. Tutto questo ha pesanti ripercussioni a livello psicologico. Ma il titolare è come un capofamiglia, non deve far vedere che ha paura». Paura che cala ogni volta che si abbassa la saracinesca. «Il nostro settore smuove un sacco di altre professioni, dai commercialisti ai consulenti del lavoro. Adesso anche i negozi chiudono prima perché chiudono i locali. Non ci resta che provare a batterci per i nostri diritti. Ma c’è la paura di non mangiare. Attualmente stiamo lavorando al 30% del fatturato: posso ridisegnarmi quanto voglio, ma non sono una fabbrica che si può reinventare. E nessuno dà risposte, nessuno ci ha detto il perché di queste scelte».

La crisi del covid

Secondo l’ultimo studio di Bain & Company, riportato dal Sole24ore, il fatturato perso per la chiusura di bar e ristoranti ammonta a 14 miliardi €, che corrisponde a circa 1,6 miliardi in minori entrate fiscali. Ma le cattive notizie non finiscono qui: la ricerca, condotta su 40mila punti vendita, ha evidenziato anche che l'impatto sull'intero 2020 potrebbe arrivare a oltre 30 miliardi. Una perdita enorme per un settore che costituisce il 4% del Pil e il 5% dei posti di lavoro. Il tutto mentre il Paese sembra essere sull’orlo di un nuovo lockdown. Ma stavolta, con il settore della ristorazione in ginocchio, non andrà tutto bene. Con 300mila posti a rischio, il pericolo è quello di innescare una violenta bomba sociale. E non basterà un decreto a spazzarne via le schegge.

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