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Lasciamo a casa gli anziani per salvare l'Italia

Su oltre 37mila morti per Covid-19, solo 409 avevano meno di 50 anni19 meno di 30. Nelle terapie intensive, 1 paziente su 2 ha oltre 63 anni e 3 su 4 sono sopra i 56. È difficile ammetterlo ma bisogna avere il coraggio di parlarne: è ora di lasciare a casa i più anziani per salvare l’Italia.

Una soluzione di cui si parla poco

Il premier Giuseppe Conte ha confermato che siamo ormai entrati nella fase tre della pandemia di coronavirus. Dobbiamo capire come scongiurare un secondo, catastrofico, lockdown per l’Italia. Un’arma l’ha ipotizzata l’epidemiologo francese Martin Blachier: «Dovremmo avere il coraggio di mettere in una bolla la popolazione tra i 60 e gli 80» dichiara in un’intervista pubblicata su La Repubblica. Ma, nonostante la timida proposta del sindaco Sala di isolare gli anziani, il mondo politico resta in silenzio, nel terrore di commettere un suicidio elettorale. «Il sistema sanitario rischia di non reggere» è forse uno dei mantra che abbiamo sentito ripetere nel corso degli ultimi mesi. Le preoccupazioni dovute al diffondersi del Coronavirus, infatti, non riguardano soltanto la pericolosità della malattia che ne deriva e quindi la sua letalità. Non è solo importante quante persone muoiono, ma quanto, gli ospedali, sotto pressione, potrebbero essere in grado di affrontare le emergenze che non riguardano la pandemia. L’Italia - e forse tutto il continente - non può permettersi un altro lockdown generalizzato. Non può permetterselo dal punto di vista economico, umano e culturale. Un gruppo di psicologi ci ha già avvertito sulle conseguenze estreme che esso potrebbe avere sulla popolazione. È arrivato il momento di dirlo in modo chiaro. L’unico modo di salvare il paese e garantire la tenuta del sistema sanitario è prevedere un lockdown selettivo. Per i più anziani.

L’ipotesi della “separazione”

Tra i pochi a rompere il silenzio è Andrea Ichino, professore di economia all’European University Institute di Fiesole e co-autore di un articolo che, nelle ultime ore, sta facendo molto parlare di sé. Il pezzo, pubblicato su Lavoce.info e ripreso da Il Foglio, invita in modo chiaro «il Governo a suggerire in modo esplicito la separazione tra giovani e anziani e a renderla obbligatoria quanto possibile. Solo così il paese potrà sopravvivere, salvando il tessuto produttivo e al tempo stesso proteggendo l’unica parte della popolazione che davvero corre rischi rilevanti per via del Covid-19: gli ultra-50enni» (Separare giovani e anziani per scongiurare il lockdown di Favero, Ichino e Rustichini). Eppure è da mesi che i tre studiosi lo ripetono, restando, di fatto, inascoltati. «Non sono cose campate in aria e ci abbiamo meditato e ragionato a lungo. Ci siamo resi conto in questi mesi che i dati sono incontrovertibili e abbiamo già avuto modo di analizzarli in un nostro paper scientifico mesi fa» ha dichiarato Ichino a VD. E aggiunge: «Pensiamo alla scuola. Dovremmo tenere i ragazzi nelle classi e chiedere ai professori più anziani di portare avanti la didattica in remoto, fornendo loro tutte le attrezzature necessarie. In questo modo proteggiamo la fascia più fragile, continuando ad erogare un servizio fondamentale».

Lo studio di Ispi

L’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), suggerisce un isolamento mirato e selettivo per i più anziani, che potrebbe alleggerire la pressione sul nostro sistema sanitario. Matteo Villa, autore dello studio, propone un eventuale lockdown per fasce d’età. Il lavoro di ISPI parte dai dati sulla mortalità del coronavirus e dall’impatto dei malati sulla tenuta del sistema sanitario nazionale, raccolti in Lombardia. Nelle terapie intensive, infatti, 1 paziente su 2 ha oltre 63 anni e 3 su 4 sono sopra i 56. ISPI suggerisce un lockdown per i più anziani, in particolare gli over 60, non solo per proteggerli ma anche per ridurre il carico sul sistema sanitario che, così, potrebbe salvare molte più vite. «Isolando in maniera efficace gli ultra-sessantenni, si potrebbe ridurre di quasi i tre quarti la pressione sul Sistema sanitario» aggiunge ISPI. Un ragionamento che fa eco alle parole del Dott. De Nardin su MedCare che ha calcolato il tasso di mortalità nelle terapie intensive lombarde durante il picco primaverile e in condizioni normali: 55-60% il primo, 30% il secondo. L’isolamento selettivo proposto da ISPI servirebbe a scongiurare proprio questo tipo di crisi e un secondo, tragico, lockdown. Con tutte le conseguenze sociali ed economiche di lungo termine che ci attendono. «Senza isolamento selettivo significherebbe 2,1 milioni di italiani ricoverati, di cui 106.000 in terapia intensiva: uno scenario da incubo. Ma nel caso di isolamento selettivo degli ultra-sessantenni ci attenderemmo circa 550.000 ricoverati e 26.000 persone in terapia intensiva». Nello studio si parla di un abbassamento notevole della mortalità per l’intera popolazione, che si attesterebbe sullo 0,07% se procedessimo con l’isolamento degli over 60. Non solo, un lockdown selettivo avrebbe effetti contenuti anche sull’economia: «In Italia nel 2019 la forza lavoro era composta da 25,9 milioni di persone. Di queste, 2,3 milioni erano ultra-sessantenni». Parliamo quindi di circa il 10% della popolazione produttiva da lasciare in lockdown, che non significherebbe per forza assenza di lavoro «perché rimarrebbe disponibile l’opzione del remote working (che sarebbe comunque cruciale estendere il più possibile all’intera forza lavoro)». Quest’ultimo punto rivela anche l’approccio dello studio di ISPI che non si propone come panacea o soluzione magica a tutti i problemi del covid: «L’isolamento selettivo non sarebbe, da solo, una soluzione al problema della saturazione degli ospedali. Ma renderebbe ogni livello di contagio notevolmente più sostenibile, perché sia il numero massimo delle persone che necessiterebbero di terapia intensiva, sia la velocità di riempimento dei posti a disposizione sarebbero nettamente inferiori».

Come fare

Tradurre il lockdown selettivo in pratiche da seguire non è facile. Fondamentale la presenza di un welfare che si prenda cura degli over 60 isolati all’interno della bolla ipotizzata anche da Blachier. Quindi attivare un canale di supporto psicologico e implementare il servizio di telefono amico. Senza lasciare indietro chi ha bisogno di assistenza, cosa ben diversa dalla compagnia. D’altro lato, è importante il ricorso al remote working per tutte quelle categorie che ancora lavorano e non percepiscono una pensione. E prevedere comunque la possibilità di uscita al parco, seguendo le norme di sicurezza. Più complicata la situazione nelle RSA, dove già molti governatori, come quello toscano Giani, hanno proibito le visite. Per aggirare l’ostacolo, si potrebbero effettuare tamponi sia in ingresso che in uscita, per tenere a bada il contagio. E all’interno dei nuclei familiari? La soluzione si fa certamente più complessa, ma si potrebbe far prevalere il buonsenso: distanziamento, mascherine e igiene delle mani e delle superfici. Atti che riconducono a un’etica della cura per chi è più debole, prima ancora che a una scelta sanitaria che avrebbe il vantaggio, dati alla mano, di alleggerire il nostro sistema sanitario.

Una discussione sul lockdown selettivo è necessaria

Il paradosso di tutto questo è che oggi che viviamo nella big-data economy, dove le aziende big-tech sanno tutto di noi (talvolta) meglio di noi stessi, non si usino proprio i dati che abbiamo per guidare le nostre scelte in maniera seria e al servizio del bene pubblico. Il trend descritto in questo articolo è evidente già dal precedente outbreak del virus, ma nessuno ha avuto il coraggio di affrontare con serietà il tema in maniera preventiva e scongiurare la catastrofe. L’Italia non può permettersi un secondo lockdown, questo oggi è chiaro a tutti. Se consideriamo gli effetti economici di una seconda quarantena, parliamo non solo di un calo del 10% del PIL per quest’anno, ma anche di un mancato rimbalzo nel prossimo con una stagnazione (o addirittura recessione) che si protrarrebbe per altri due anni, fino al 2023, secondo le stime del Governo. Effetti che avrebbero pesanti ripercussioni sociali, sanitarie e psicologiche. Per questo, aprire una discussione su misure differenti dal semplice lockdown totale è così necessario. Un sistema di chiusura selettivo affiancato a un vero investimento nelle 3T (testare, tracciare e trattare) potrebbe aiutarci ad affrontare una situazione sempre più problematica. Come ha scritto l’ISPI: «È sbagliato ritenere che quella dell’isolamento selettivo sia un’opzione da scartare o da non considerare a priori. La consapevolezza che l’isolamento selettivo non possa essere “la” soluzione, ma soltanto una tra le diverse possibilità da valutare, non dovrebbe impedirne una serena (ma urgente) discussione».

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