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Perché Judas and the Black Messiah meritava di vincere l'Oscar

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Potremmo chiamare questa edizione degli Academy Awards l’Oscar dello streaming. Non tanto per come si terrà la cerimonia, con i candidati presenti ma in numero ridotto e con un singolo accompagnatore, quanto per i film in concorso. Le grandi pellicole delle major, come, appunto, Judas and the Black Messiah, non hanno mai visto la sala e sono uscite direttamente in streaming, su Prime Video e altre piattaforme simili. In più, Netflix segna il record di candidature con i suoi prodotti originali: 35 contro le 24 dell’anno scorso, e raggiungendo i 206 milioni di abbonati sulla piattaforma. Di queste, tre hanno gareggiato per il “Miglior Film”: Mank, Il processo a Chicago 7 e Ma Rainey's Black Bottom. Ma a essere favorite erabi altre pellicole, come Nomadland, che alla fine ha vinto, Una donna promettente e, appunto, la storia vera Judas and the Black Messiah.

Chi era Fred Hampton, il vero Black Messiah

Stava per sorgere l’alba del 4 dicembre 1969 quando quattordici agenti della polizia di Chicago irruppero in un appartamento al primo piano in Monroe Street e aprirono il fuoco. Ufficialmente stavano cercando armi detenute illegalmente. Il vero obiettivo era neutralizzare Fred Hampton, ventunenne astro nascente delle Pantere Nere, oggi personaggio principale del film candidato all’Oscar Judas and the Black Messiah. Le foto degli agenti sorridenti al termine dell’operazione, passate alla storia, raccontavano una terribile verità. Il Dipartimento di polizia di Chicago aveva voluto risolvere con le armi il “problema” Hampton. Mission Accomplished, come si dice in America. La storia di Fred Hampton si era indissolubilmente legata a quella del Cointelpro, il programma di controspionaggio dell’FBI che doveva controllare i gruppi di lotta degli afroamericani (in coda all'articolo i suoi obiettivi). Nella seconda metà dei Sessanta, infatti, gli USA erano in tumulto: il movimento pacifista si stava radicalizzando e quello dei diritti civili stava lasciando il passo ai nazionalisti neri e al black power. Il Cointelpro aveva un obiettivo principale: prevenire l’ascesa di un “black messiah” che potesse unire i militanti afroamericani come avevano fatto Malcolm X e Martin Luther King Jr. Per l’FBI Fred Hampton poteva diventare quel messia nero. Per questo l’agente Roy Martin Mitchell infiltrò William O’Neal nelle Pantere Nere di Chicago guidate da Hampton. Bill O’Neal fu il Judas di Fred Hampton, il messia rivoluzionario che parlava apertamente contro quell’integrazione venduta ai neri dai bianchi. «La rivoluzione è quando hai una ferita sul tuo corpo e provi a mettere qualcosa su di esso per curare quell'infezione. E io vi dico che oggi viviamo in una società infettata. Vi dico che viviamo in una società malata. E chiunque presume il fatto di integrare questa società malata prima che sia disinfettata, è una persona che commette un crimine contro il popolo. Potere ovunque sia il popolo. Ovunque sia il popolo, c’è il potere».

Judas and the Black Messiah di Shaka King agli Oscar

Il 41enne Shaka King ha collezionato sei nomination agli Oscar con questa suo secondo lungometraggio. Miglior film, sceneggiatura originale, direzione della fotografia, colonna sonora e due nomination nella categoria riservata all'attore non protagonista (LaKeith Stanfield e Daniel Kaluuya). Il rapporto tra i due protagonisti e l’alchimia straordinaria tra i due attori sono la chiave centrale di un film che riesce a coinvolgere, straziare e infuriare. Stanfield rende il doloroso conflitto interiore di Bill O’Neal, il tradimento di Hampton, un conflitto che consumò il vero O’Neal spingendolo all’alcolismo e, forse, al suicidio. Kaluuya, ancora più abilmente, porta sulla scena il carisma invincibile di un leader che, all’epoca in cui è ambientato il film, non aveva più di 21 anni (O’Neal 19). Un’interpretazione che conferma la parabola ascendente dell’ex-protagonista di Black Mirror e Get Out e che lo ha condotto a vincere l'Oscar, il Golden Globe, il British Academy Film Awards, il Critics Choice Award e il premio della Screen Actors Guild. Queste due straordinarie interpretazioni sono gestite da una regia sapiente (parliamo della prima opera importante di Shaka King) e inserite in un film dalla fotografia gelida. Il tutto sulle note di una colonna sonora eccezionale, arricchita dal bellissimo inno alla libertà Fight for You di H.E.R., Tiara Thomas e Dernst Emile II, giustamente candidato all’Oscar. Alle musiche hanno collaborato molti artisti di Chicago e anche Nipsey Hussle e Jay-Z, quest’ultimo con una rima che riprende i gravissimi disordini di Capitol Hill del 6 gennaio scorso. Insomma, un film militante sulla vita di un rivoluzionario, dalla storia alla musica. Non avrebbe potuto essere altrimenti nell’anno del Black Lives Matter, George Floyd e la condanna di Derek Chauvin.

Il piano Cointelpro

  • Impedire la coalizione dei gruppi nazionalisti neri
  • Prevenire l’ascesa di un «messia» in grado di unificare ed elettrizzare il movimento militante nazionalista nero (si citano Malcolm X e Martin Luther King Jr.)
  • Prevenire la violenza da parte dei gruppi nazionalisti neri
  • Evitare che i gruppi e i leader nazionalisti neri militanti si guadagnassero rispettabilità
  • Prevenire la crescita a lungo raggio delle organizzazioni nazionaliste nere militanti, specialmente tra i giovani
La protesta di Tamika Mallory dopo la morte di George Floyd
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