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Perché ci ostiniamo a usare Whatsapp se Telegram è molto meglio?

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In queste ore è iniziata una migrazione di massa da Whatsapp a Telegram. Frutto, però, non di un’inspiegabile mutamento nel gusto di milioni di persone, ma di un cambiamento nella privacy della piattaforma di messaggistica più grande del mondo. Un cambiamento frutto della sinergia sempre più stretta tra Whatsapp e il gruppo Facebook di cui fa parte.

Da Whatsapp a Telegram per la privacy

Qualche giorno fa Whatsapp ha comunicato ai suoi utenti un cambiamento nei termini di servizio e nella privacy: «Come parte della famiglia di aziende di Facebook, Whatsapp riceve informazioni da e condivide informazioni con questa famiglia di aziende. Possiamo utilizzare le informazioni che riceviamo [dalle altre aziende], e [le altre aziende] possono utilizzare le informazioni che condividiamo con loro, per aiutare ad operare, provvedere, migliorare, capire, personalizzare, supportare e commercializzare i nostri servizi e le loro offerte». Una comunicazione seguita poi da un ultimatum: dall’8 febbraio 2021 tutti gli utenti che non acconsentiranno al nuovo trattamento dei dati dovranno cancellare il proprio account. Una nuova direzione per Whatsapp che ha spinto le persone a migrare sul suo concorrente diretto: la chat russa Telegram, servizio che fornisce molte più funzioni ma che è anche tristemente noto per i suoi gruppi al limite, se non oltre l’illegalità. Mentre parliamo circa 25 milioni di persone si sono già spostate (in meno di 72 ore) sull’app azzurra facendole superare i 500 milioni di utenti. Contemporaneamente l’altro player della messaggistica istantanea, Signal, ha registrato 7,5 milioni di download. Numeri impressionanti, soprattutto se concentrati in pochi giorni, ma ancora molto lontani dallo scalfire la posizione dominante di Whatsapp che conta quasi 2 miliardi di utenti nel mondo.

Telegram non è solo privacy

Telegram fu lanciato nel 2013 dai fratelli Pavel e Nikolai Durov, fondatori del famoso VKontakte, il ‘Facebook russo’ nato nel 2006 e venduto a manager vicini al Cremlino nel 2014. Il sistema di crittografia end-to-end di Telegram è famoso in tutto il mondo, ed è anche uno dei motivi per cui, tante volte, l’app è balzata agli onori della cronaca: solo due mesi fa Vd News ha condotto un’indagine, assieme a Sensity, sui gruppi di deepfake e pornografia non consensuale proprio su Telegram. Ma la privacy, nell’epoca dei big data, è un bene prezioso e la scelta dell’app russa un punto di forza sul mercato, ma non l’unico. La peculiarità di Telegram, infatti, è l’esistenza dei “canali”, uno strumento ricco di funzioni attraverso il quale si possono fruire dei contenuti più diversi. News, cinema, sport, serie televisive, musica trasformano Telegram in un vero e proprio social network con milioni di iscritti, oltre 200mila membri attivi nei diversi gruppi e voice chat con più di 5mila partecipanti. Per non parlare della possibilità di personalizzare il proprio tema, sviluppare dei bot per accedere a funzioni più avanzate, programmare i messaggi. Una app costruita attorno all’utente che rispecchia la filosofia di Pavel Durov il quale, fino a dicembre 2020 non aveva ancora sviluppato un modo per monetizzare Telegram. Col mezzo miliardo di account, però, le cose sono cambiate: «Quando un progetto tecnologico raggiunge queste scale, ci sono due possibilità: cominciare a farci soldi o vendere l'azienda. Non venderemo l'azienda come ha fatto WhatsApp. Il mondo ha bisogno che Telegram resti uno spazio indipendente» ha spiegato Durov. Ma allora, con tutte le sue funzionalità user friendly, la sua filosofia e la garanzia di privacy, perché ci ostiniamo a usare Whatsapp se Telegram è molto meglio?

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