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Ogni giorno muoiono tre bambini in gravidanza. Ma parlarne è ancora un tabù

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Martha e Sean vivono a Boston e stanno per avere una bambina; hanno una routine serena e una coppia solida, scaldata dalla prospettiva della nuova vita che sta per venire alla luce. Ma i loro piani per il futuro subiranno un brusco scossone quando, in seguito a un parto in casa, la loro figlia morirà dopo pochissimi minuti di vita. Comincia così Pieces of a woman il film approdato su Netflix il 7 gennaio e incentrato su una coppia travolta dalla perdita. Decisi a portare in tribunale l'ostetrica presente al parto, i due sembrano chiudersi nel proprio silenzio - mentre Martha si interroga sul senso del suo corpo vuoto e straziato. Il regista ungherese Kornél Mundruczó ha voluto portare sullo schermo un'esperienza personale, per raccontare un dramma universale e ancora molto taciuto, quello della baby loss, il lutto perinatale.

Bambini mai nati

«Signora, non c’è più battito». Francesca è alla 28esima settimana quando sente pronunciare queste parole dal medico. Parole che le girano intorno per poi sedimentarsi nella sua testa per sempre. La sua bambina, Eva, è morta il 29 dicembre del 2018, dopo una gravidanza come molte altre. «Sono rimasta incinta della bimba a giugno 2018, ma ai controlli di 5 mesi dopo è emerso che Eva non era cresciuta molto rispetto ai parametri. Mi sono subito allarmata». Ma i medici le dicono di stare tranquilla. «Mi accorgo che la bambina cambia i suoi ritmi, non è più la stessa. Chi è intorno a me, però, sminuisce quello che percepisco. Fino a che non sento più la bambina e al suo posto avverto un peso. E così corro all’ospedale». Francesca esce dalla porta scorrevole a braccia vuote, dopo aver raccolto tutte le sue forze per partorire con parto naturale sua figlia morta. «In gravidanza non ti parlano mai di lutto perinatale e di come affrontarlo. Credi di accogliere la vita e invece accogli la morte, ecco perché è così difficile superare questo lutto». Manuela è all’ottavo mese quando la bambina smette di muoversi. «Non so come dirglielo, la bimba non c’è più», le dice la dottoressa. Una morte senza spiegazione, dopo una gravidanza tranquilla. Manuela ha deciso così di fondare I barattoli della memoria, per aiutare chi ha subito lo stesso trauma. Un lutto di cui si parla poco perché sottovalutato. «Ti dicono che ne rifarai un altro, che sei giovane, mentre tu vuoi solo piangere il tuo bambino: se un figlio muore prima di nascere, la società lo cancella».

Orfani di figli

Il gruppo Alchimia di Chiara Marazzi si riunisce due volte al mese con le famiglie orfane di figli. La dottoressa Marazzi è coordinatrice e fondatrice del progetto, che porta avanti dal 2015. «Al momento assistiamo una decina di genitori, ma da quando abbiamo iniziato da noi ne sono passati circa duecento», racconta. Da qualche mese la dottoressa Marazzi guida alla statale un laboratorio dedicato proprio alla mortalità perinatale nel corso di laurea in ostetricia. «Ogni giorno muoiono 6 bambini di età inferiore ai 5 anni, di cui 3 in fase perinatale, cioè tra le 22 settimane di gestazione e i primi 10 giorni di vita. Ma come associazione siamo aperti a tutte le perdite in utero. Sono lutti, il dolore non è proporzionato all’epoca gestazionale ma alle risorse delle persone». Il tema della morte perinatale resta, però, un tabù. «Della morte di un bambino a fine della gravidanza non si parla perché è troppo doloroso, fa paura». Ma è un rimosso anche all’interno del dibattito pubblico. «La nostra è una società che punta molto sulle performance: hai successo se produci dei risultati. E anche la gravidanza è vissuta, magari inconsapevolmente, come il coronamento di una performance che è la felicità della coppia. In molti casi, ci si sente compiute come donne quando si porta a termine una gravidanza. Si sviluppa con il bambino subito un legame d’affetto grazie a ecografie sempre più precise, lo si personifica. Ma spesso, anche perché si arriva tardi alla gravidanza, non si arriva al suo termine. E questa è una catastrofe enorme a livello emotivo. La si vive come una sconfitta, con un senso di colpa». Molto spesso si tratta della prima gravidanza. «Non si ha la prova che si è mamma o che mamma lo si è già state e questo rende tutto più traumatico». La vita dopo un lutto perinatale è una vita di ricordi mancati, promesse negate e di braccia vuote. «Il periodo acuto può variare da pochi mesi a un anno. È una morte inattesa, inaspettata». E rimangono i supporti classici della psicoterapia che però non sostituiscono gli aspetti gruppali, che vuol dire condividere il dolore con qualcuno che ha provato lo stesso lutto. «Bisogna dare concretezza a questo passaggio, fare gruppo è importante. Così come è importante vedere il bimbo dopo il parto». Ma non tutto il personale ospedaliero possiede gli strumenti adatti, tanto che spesso ci si ritrova in stanza con donne che hanno appena partorito. «In alcuni casi i sanitari riescono a fronteggiare bene questa situazione. In altri, non sono formati e davanti al dolore scappano». Una forma di difesa, forse, di fronte a un lutto enorme che colpisce un nostro simile. Come solo può essere la morte di un figlio.

Nessuna causa è persa: famiglie e adozioni
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