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Meglio guardare una serie tv su Totti che le partite con gli stadi vuoti

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L’insopportabile motivetto del main sponsor precede il fischio d’inizio. Nello spot tv ci sono due squadre di robot che si sfidano. Giocano a calcio compiendo gesti atletici sovrumani. Dopo lo spot riparte la diretta, eppure qualcosa non torna. Sugli spalti ci sono coreografie virtuali che ricreano uno stadio artificiale, esattamente diviso a metà tra i tifosi di casa e quelli della squadra ospite. Tifosi virtuali perennemente coperti dai loro virtuali cartelli, quelli dei colori sociali della loro squadra. Ondeggiano, si muovono e creano un effetto ottico perpetuo. Che sia il Dall’Ara o il San Paolo, il Gewiss Stadium o l’Olimpico, le coreografie non cambiano. Ecco l’immagine di uno stadio popolato da robot, la metà dei quali è presumibilmente in trasferta – quindi con regolare Tessera del Tifoso – ma può comunque accomodarsi nello stesso settore dei tifosi di casa.

Le partite di calcio senza pubblico

Questo è l’abito virtuale con il quale i dirigenti del massimo campionato italiano hanno deciso di vestire l’evento-partita per mascherare l’assenza di spettatori allo stadio. Un’assenza che dura da un anno circa, dal primo lockdown decretato dall’allora Premier Giuseppe Conte, appena scalfita da una tregua minima nei mesi estivi, quando un esiguo numero di “invitati” ha potuto sedersi in tribuna. Cosa accade al campionato italiano senza i propri tifosi? Un sottile filo rosso comincia a collegare lo spot dei robot - che precede il calcio d’inizio – alla partita stessa. Assistiamo a un calcio disumanizzato (dominato d’altronde, anche nel racconto, dal più “superuomo” dei suoi campioni, Cristiano Ronaldo), arido, un campionato nel quale anche la squadra più forte, l’Inter, fatica a fare quattro passaggi di fila ma vince per strapotere fisico.

La serie tv su Francesco Totti e il film su Roberto Baggio

Torna allora la voglia di rispolverare un calcio tramontato: si chiama ‘retromania’, la malattia della nostalgia. Speravo de morì prima, la serie tv su Francesco Totti, in onda dal 19 marzo su NowTv, ne è solo un piccolo esempio. «Questa serie aprirà la strada ad altre esperienze di questo tipo. Lo sport raccoglie storie incredibili di coraggio, di passione e di umanità che è un po’ quello che andiamo a raccontare noi attraverso la figura di Francesco Totti», ha detto Luca Ribuoli, regista della serie, intervistato da Radio Gold. E infatti il calcio dei mitici anni ‘90 sta tornando anche con un attesissimo film su Roberto Baggio, Il divin Codino, che sarà su Netflix a maggio. Un modo anche per riscoprire un ruolo, quello del numero 10, che il calcio italiano moderno ha voluto dimenticare: alla fantasia e alla tecnica l’Italia sta preferendo la grinta e la tenacia, e i risultati si vedono - e sono deprimenti.

La malattia della nostalgia

La malattia della nostalgia teorizzata in un saggio (Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, Minimum Fax, 2010) dal critico musicale Simon Reynolds è una tendenza al continuo recupero del passato, che Reynolds descrive partendo da alcuni movimenti musicali. Un discorso sfiorato e poi allargato, in precedenza, da Mark Fisher nel suo Realismo capitalista (John Hunt, 2009), saggio nel quale il sociologo inglese spiega come la mancanza di un’alternativa al capitalismo e al sistema costituito spinga i governanti a riconsiderare costantemente, in chiave negativa, il passato. Nel calcio la retromania ha solo accezioni positive, invece, e la si trova nella Operazione Nostalgia portata avanti sui social network da qualche anno. Pagine Facebook e Instagram che rispolverano protagonisti ormai dimenticati. Spuntano immagini di calciatori improbabili: Englaro dell’Atalanta e il suo aspetto da burocrate, Danny Dichio e le basette post punk, le treccine e l’orecchino di Jean Pierre Cyprien del Lecce. Cosa ci affascina in tutto questo?

Storie senza filtro

Ci sono storie che sembrano irripetibili. Oggi il calcio e i calciatori si iper-raccontano sui social, ogni storia sembra condivisa prima ancora di essere narrata. E questa vastità di strumenti genera, all’opposto, appiattimento narrativo: basta dare un’occhiata ai profili Instagram del 90% dei calciatori. Uguali, gestiti nello stesso modo, senza alcun guizzo. A contribuire alla retromania è anche questo? Le storie del passato ci sembrano probabilmente più genuine, senza il filtro di un mondo social che non esisteva. Si pensi anche alle dirette web di Bobo Vieri: seguite da migliaia di persone che pendono dalle labbra di ex calciatori, avidi di aneddoti divertenti che solo il calcio di un tempo sembra poter regalare. E senza questa chiave narrativa, senza fantasia, senza storie, il calcio italiano muore.

Stadi vuoti, divani pieni

Mascherare i vuoti è prassi ormai nota: da anni gli stadi italiani – quelli di nuova costruzione – sono più piccoli, i sediolini invece si colorano perché monocromo evidenzierebbero l’assenza dei tifosi. Parallelamente cresce l’offerta di servizi nei dintorni dello stadio: il cinema, il museo, i ristoranti. Aumentano le pay tv di riferimento, le partite si spalmano su più giorni rendendo ancor più invitante il divano. Un flusso ininterrotto di calcio che però non disseta. Nonostante l’offerta sia in costante espansione, infatti, gli abbonati della più grande pay tv italiana sono in calo, come rilevato da una recente analisi. Segno che di questo calcio, e in particolare della massima competizione italiana, ci si stufa ben presto. Se si esclude il torneo in corso e quello del 2017/18, infatti, la Serie A ha regalato ben poche emozioni. La Juventus, colosso economico italiano, ha dominato senza rivali (faticando poi in ambito europeo ad eccellere, forse proprio perché troppo abituata a vincere comodamente in Italia). A novembre i campionati sono già indirizzati, a gennaio si capisce già tutto o quasi. Che senso ha guardare il calcio in tv se non c’è competizione? E se calano gli abbonati nell’unico anno in cui allo stadio non ci può mettere piede nessuno, che senso ha il calcio italiano? Mentre ce lo chiediamo rispolveriamo vhs e dvd, riscopriamo gesti tecnici che coniugano grazia e passione, cerchiamo su YouTube partite intere di stagioni ormai dimenticate. E in segreto vorremmo rivedere in campo Totti e Baggio, anche se hanno i capelli bianchi.

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