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Le lezioni su zoom hanno fatto perdere la voglia agli studenti

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Sono circa 3,4 milioni gli studenti che, a questo secondo giro pandemico, hanno dovuto rinunciare alla didattica in presenza, con un drastico calo della soglia dell’attenzione e della motivazione. L’insostenibile pesantezza della didattica a distanza, dunque. Che fa calare la palpebra a ragazzi, ma anche insegnanti, nel disperato tentativo di fare scuola anche da remoto.

Le ricerche negli Stati Uniti

Secondo una recente indagine effettuata da Barnes & Noble Education su 432 studenti americani, pubblicata da University Business, ben il 64% ha espresso preoccupazioni in merito alla didattica online, soprattutto per quanto riguarda il rimanere concentrati e motivati sul lungo periodo. Disagi confermati dal nuovo report di Cognia, organizzazione non governativa che rappresenta 36mila istituzioni e 5 milioni di educatori negli Stati Uniti, che ha raccolto le risposte di più di 74mila tra studenti, genitori e professori di 23 paesi. Da questa indagine è emerso che 8 studenti su 10 sostengono di avere una mole di lavoro più pesante con la didattica distanza rispetto a quella in presenza e che il 61% di loro si dimostra preoccupato di non essere pronto per il prossimo anno scolastico. Insomma, la scuola non sarà più quella del 2019.

Cosa accade ai ragazzi con la Dad

Studenti meno concentrati e motivati, dunque. Ma anche privati di quel fattore sociale ed emotivo fondamentale per conoscere il mondo. «L’apprendimento lo dobbiamo considerare come un processo influenzato da tante componenti», spiega Danilo Diotti, logopedista e psicologo cognitivo all’Università di Genova. «Sicuramente entra in gioco la componente cognitiva, ma non solo. Anche quella emotiva e sociale sono importanti: per imparare servono tutta una serie di fattori che non sono solo una buona capacità attentiva. Di fronte a un compito di apprendimento, entra in azione una rete neurale collocata nella parte frontale e prefrontale del nostro emisfero cerebrale. Quando apprendiamo dobbiamo attivare questo sistema molto complesso». E che la dad rischia di inceppare. «L’attenzione è un meccanismo che varia nel tempo, c’è uno sviluppo graduale dell’attenzione. Per un bambino della scuola primaria, i tempi di attenzione sono di 15 minuti, quindi un tempo molto breve. Se lo pensiamo nell’ottica di una didattica a distanza, tutto questo si viene a complicare. Il bambino infatti è a casa, senza il sostegno dei compagni. Senza un apprendimento partecipativo e si rischia che perda facilmente l’attenzione». Questo avviene anche nei ragazzi più grandi che riescono a prestare attenzione per 30-40 minuti in genere. «È molto più difficile stare attenti di fronte a uno schermo perché mancano tutte quelle componenti che aiutano l’attenzione: l’apprendimento cooperativo attraverso i compagni e la percezione delle emozioni che aiuta la memoria». Quali soluzioni allora? «Cercare di dare dei tempi diversi, fare delle pause in più, cercare il coinvolgimento dei compagni, attraverso le domande e i circoli di apprendimento, dando prima del materiale ai ragazzi e farlo presentare a loro. Questo può essere un modo. E abbandonando una didattica frontale che non funziona di fronte allo schermo. Bisogna passare dalla comunicazione insegnante-alunno a una alunno-insegnante, ribaltando il processo».

Dalla parte degli insegnanti

Veronica Marullo è professoressa di italiano. Con la Dad il suo lavoro è stato completamente stravolto. «L’attenzione è più difficile da mantenere, tanto che le lezioni non sono più frontali come avveniva in classe, ma c’è un continuo rivolgersi agli alunni per facilitarli e accertarsi se sono attenti. Senza contare il problema delle telecamere, che spesso non sono accese. Questo non permette di capire se il ragazzo effettivamente stia seguendo la lezione o stia al telefono oppure sdraiato sul letto. Può anche accadere che li si chiami e che non rispondano». Il calo degli studenti attenzione è palpabile. «Tendiamo a ripetere più spesso gli argomenti, ma i ragazzi sono come assenti, si perdono pezzi di lezione e non li puoi richiamare all’attenzione come in classe. Sono fattori che non aiutano noi insegnanti ma che soprattutto non aiutano la concentrazione dei ragazzi. Che lavorano meno anche a livello di compiti». Niente più verifiche dunque, ma valutazioni che sono la somma di più elementi, che vanno da quante volte intervengono, alla consegna puntuale dei compiti, all’attenzione in classe. E questo si collega alla motivazione. «Sono meno attenti e quindi meno motivati a seguire la lezione. Questi ragazzi hanno perso un anno e un tassello importante della loro vita. In quinta superiore, poi, sono preoccupati per il futuro. Sentono la pressione dell’esame e richiedono di fare molte prove perché temono che quello che sta accadendo con la didattica a distanza vada a influenzare il voto finale. Senza contare che anche dall’altro lato c’è un calo di concentrazione: non abbiamo orari e questo si ripercuote sulla qualità dell’insegnamento e sul nostro grado di attenzione».

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