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Gli Infedeli è un Dino Risi che non ce l'ha fatta

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In Italia è nato un nuovo sottogenere: il remake annacquato di film francesi. Sì, perché scrivere qualcosa di nuovo e di originale nel nostro paese a quanto pare è sempre più difficile, e opere come Lo chiamavano Jeeg Robot e Dogman devono restare casi unici, irripetibili. Quindi, Gli Infedeli, opera che sposa la tradizione del remake/brutta copia di una commedia francese con quella del remake/brutta copia della commedia a episodi alla Dino Risi.

Un cinema fatto di remake

Il francese Giù al Nord è diventato Benvenuti al Sud con Claudio Bisio, Cena tra amici, invece, Il nome del figlio di Francesca Archibugi, Babysitting si è trasformato in I babysitter con Paolo Ruffini, e come dimenticare Per sfortuna che ci sei diventato Stai lontana da me con Ambra Angiolini. Una sequela di remake per scommettere, spesso in perdita, sulla creatività d’Oltralpe. Meno male che c’è Perfetti sconosciuti che coi suoi 18 remake comprati in tutto il mondo ha pareggiato il bilancio in deficit del cinema italiano. E ora ecco Gli Infedeli di Stefano Mordini, che si ispira all’originale di Dujardin prendendo, però, un’altra strada, più tradizionale per la commedia italiana, quella del film a episodi. Un formato che ha due illustri predecessori: I mostri e I nuovi mostri di Dino Risi.

Un Dino Risi che non ce l’ha fatta

Ci sono due cose in cui Gli Infedeli di Mordini richiama gli anni 60-70: la struttura a episodi della commedia e il maschilismo strisciante nel film, pure onesto nella sua messa in scena, ma disarmante. I richiami a Dino Risi e alla commedia episodica sono spesso così calcati da sfiorare il metacinema, e il maschilismo, che viene mostrato (almeno nella prima parte del film) con una certa sincerità, sfocia in un finale solo uomini che ammicca alla parità di genere, perché «anche le donne tradiscono». Insomma, a differenza del cinema di un tempo, quello di Dino Risi, che riusciva ad avere un messaggio senza cadere nel moralismo, Gli Infedeli rinuncia a entrambi e finisce per essere solo un mosaico poco interessante e un po’ antipatico di uomini che tradiscono donne.

Il narcisismo non è dipendenza da sesso

«L’uomo va a caccia e la donna è chioccia» è la massima che il film mette in bocca, per criticarla, a Valerio Mastandrea. Ma, alla fine, tutta la messa in scena la conferma. I traditori sono uomini e le donne tengono insieme la famiglia: crescono i figli, spiano i mariti per renderli felici a letto, finiscono in manicomio per la loro gelosia. Insomma, comprimarie nella storia come nella vita. Il finale è disarmante, con una cena solo uomini, a plateau royale e dom perignon, dove si snocciolano massime di psicologia da test su Facebook, al ritmo di risate compiaciute e pacche sulle spalle. Il narcisismo (non quello vero bensì la sua vulgata da social) diventa la risposta facile a ogni domanda, ma se, come esclamano Scamarcio e Mastandrea: «Mi farei il 90% delle donne nel mondo a occhi chiusi», non sei narcisista, hai una dipendenza da sesso e l’ego di uno scoiattolo. E non c’è poi molto altro da dire.

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