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La fecondazione assistita in Italia è un diritto negato

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Al telefono, un’infermiera che sembra molto impegnata ci risponde di non sapere niente di donazioni e ovociti. Di fronte alla nostra insistenza ci segnala un altro numero, chiamando il quale riceviamo la stessa identica risposta. Eppure l’ospedale a cui ci siamo rivolti per sapere qualcosa di più sulla donazione di ovociti è il Niguarda di Milano, all’avanguardia quando si parla di procreazione medicalmente assistita (PMA). Proviamo allora con una clinica privata nella capitale: «Signora, mi dispiace, ma per donare deve essere residente in Spagna». In Italia la fecondazione eterologa, e di conseguenza la donazione di gameti - e quindi di ovociti -, è possibile dal 2014, ma quasi nessuno lo sa. Gli ovociti della donatrice vengono fecondati con lo sperma del coniuge o di un donatore e l’embrione generato si trasferisce nell’utero della paziente. In questo modo, la donazione di ovociti rende possibile la gravidanza in donne che altrimenti non potrebbero avere figli. Quasi nessuno diventa donatore, complici la scarsa informazione, l’assenza di un rimborso e il depotenziamento degli ospedali. Tanto che i gameti, sia maschili che femminili, sono importati dall’estero. E per chi decide di donare inizia un percorso a ostacoli, come è stato per Martina.

La donazione di Martina

Martina ha donato i propri ovociti a Roma nel 2018, in una clinica privata. La stessa che, contattata dalla redazione di VD, ha deciso di non rispondere in merito alla possibilità di donare all’interno della struttura. «Gli ospedali non possono sobbarcarsi la spesa degli esami a cui deve essere sottoposta la donatrice, quindi ho deciso di rivolgermi a una clinica privata» racconta. «Ci avevo già provato nel 2016, ma la struttura mi liquidò dicendo che era molto strano che volessi sottopormi a un trattamento del genere. Ma non mi sono fermata: volevo farlo. Per me era un atto politico, soprattutto perché avevo esperienza diretta di una mia cara amica che cercava di avere una gravidanza ma non ci riusciva, nonostante quattro procreazioni medicalmente assistite. Per chi non riesce a diventare genitore, il desiderio di avere un figlio può trasformarsi in un inferno». Martina si è quindi chiesta cosa potesse fare. «Ho deciso di donare, pur sapendo che la donatrice resta anonima e non può in nessun modo decidere a chi andranno gli ovociti. È stato un gesto simbolico. Ma ho cercato di pubblicizzare la pratica e portare altre donne a fare altrettanto, perché è importante che le cliniche smettano di comprare gli ovociti congelati all’estero, con ripercussioni molto alte sul costo delle PMA per le coppie. E questo funziona solo se siamo in tante a donare». Martina si è sottoposta ai vari stadi della donazione, che prevedono una prima fase di screening, poi una serie di esami e una stimolazione ormonale con punture, della durata di una ventina di giorni. Una stimolazione molto leggera, al termine della quale c’è stato un piccolo intervento in cui sono stati prelevati per ago aspirazione quattordici ovociti. «Il processo non è stato doloroso. Ma anche fossero stati venti giorni di dolori atroci lo avrei fatto lo stesso per aiutare chi non riesce ad avere figli. Di cosa mi lamentavo io, in confronto a chi ha dovuto sottoporsi più e più volte a fecondazione assistita? Ne è valsa la pena. Dal momento della donazione in poi non ho più saputo nulla, anche se avrei voluto sapere se qualcuno fosse riuscito a portare avanti la gravidanza e realizzare il suo progetto di genitorialità. Questo avrebbe reso il mio gesto più concreto. Purtroppo, però, i medici non hanno potuto dirmi niente, come previsto per legge. Ma quando ho reso pubblica la cosa mi hanno scritto centinaia di persone che avevano avuto figli tramite la fecondazione eterologa che mi ringraziavano simbolicamente. “Non posso ringraziare la mia donatrice, allora ringrazio te”, mi dicevano. È stato bello vedere le foto dei loro figli. C’è stato un ritorno a livello personale importantissimo. Ed è questo che, a distanza di qualche anno, mi fa dire che è stata la cosa più bella che abbia fatto in vita mia. Sono sicura che, se si sapesse come funziona donare e quanto poco ‘costa’ in termini di tempo e terapie e soprattutto si vedesse la gioia di chi ora accarezza quel pancione grazie alla solidarietà di un’altra donna, oggi ci sarebbero centinaia di donatrici».

La fecondazione assistita come diritto negato

Sant’Orsola di Bologna, Careggi di Firenze e l’ospedale di Avellino: sarebbero questi i centri a cui le potenziali donatrici possono rivolgersi. In Italia i centri privati e pubblici per la PMA in realtà sono 345 e sono raccolti sul sito del registro nazionale dell’ISS per la procreazione medicalmente assistita. Ma non tutti usano tecniche riconducibili alla donazione. Nel nostro Paese, infatti, su 89mila cicli di procreazione medicalmente assistita fatti su 70mila coppie, solo il 10% sono eseguiti con una donazione di gameti. Nella teoria qualsiasi centro che è autorizzato a fare eterologa può congelare e può fare da banca di gameti. Nella pratica non è così. «Chi non lo fa è perché non ha potenziali donatori o perché non ha personale», spiega Andrea Borini di 9.baby, il network italiano dedicato alla fertilità. «Le attrezzature sono già previste», spiega. «Ma è difficile trovare donne o ragazze che gratuitamente si sottopongono alle visite e a un intervento solo per il piacere di donare. È evidente che c’è qualcosa che tende a frenare». Non che manchi la cultura della donazione. «La possibilità di donare gameti non è stata così pubblicizzata come, ad esempio, per quanto riguarda il sangue. Questo non è stato fatto perché secondo la cultura dominante l’eterologa non è una cosa giusta. Fino a pochi anni fa era vietato come è vietato rubare». La legge 40/2004, infatti, all’articolo 4 comma 3, vietando l’applicazione di tecniche con gameti di terzo donatore (tecniche eterologhe), di fatto negava la possibilità a migliaia di coppie sterili di avere dei figli. Il divieto è stato cancellato solo con una sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile 2014. Una stigmatizzazione dell’infertilità che dura ancora oggi. Eppure l’assenza di concepimento, dopo 12-24 mesi di rapporti mirati non protetti, è considerata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una patologia, al pari di altre malattie. C’è poi il fattore della gratuità a fermare le potenziali donatrici. «A differenza del resto d’Europa in Italia non è previsto un rimborso, che non significa commercializzare i propri gameti», spiega Filomena Gallo, Segretaria dell’Associazione Luca Coscioni. «Ma donare i gameti significa sottoporsi a preparazione farmacologica, a continui esami per vedere come va la produzione di ovociti e a un prelievo ovocitario che è un vero e proprio intervento, perché vengono prelevati dalle ovaie. Non è semplice come donare il sangue. Un rimborso, che non superi i 1.100 €, per i giorni che dovrai stare a casa e le conseguenze che comporta l’assunzione dei farmaci, dovrebbe essere previsto». Ma attualmente si preferisce importare i gameti dall’estero, dove il rimborso è previsto, tanto che il 98% degli ovociti non parla italiano. Storia di un diritto negato e stigmatizzato. E nel frattempo? Passa la vita.

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