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Veronica e Bilal: com'è vivere in una famiglia mista italiana?

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L'antropologo e scrittore Marco Aime diceva: «Ci salveranno i piedi, non le radici», in una sua intervista su L’Unità. Piedi che salgono le scalette di un aereo, piedi che affondano nel pavimento molle di un gommone, piedi che si intrecciano in un letto e mescolano confini e sangue. Come quelli di Veronica e Bilal, lei italiana e cristiana, lui senegalese e musulmano.

I problemi di una coppia mista

Si sono conosciuti sei anni fa, quando Bilal lavorava al maneggio vicino a casa di lei. Prima la curiosità per un mondo diverso, quasi uno scrutarsi dentro e fuori. Poi è arrivata Maria, ricciolini neri e pelle color cioccolato, e quella di Veronica e Bilal è diventata una delle tante famiglie miste in Italia, quasi 20mila secondo i dati Istat del 2017 e in netto aumento rispetto ai decenni precedenti, in cui si parlano due lingue e le feste e i regali sono doppi. Un po’ come nel telefilm Kebab for breakfast, solo con pizza e maffe al posto delle mercimek köfte. Adesso Bilal parla italiano con accento toscano.

Le famiglie miste sono il passo leggero di un più vasto cambiamento culturale

Le famiglie miste sono il passo leggero di un più vasto cambiamento culturale

Dice che le discussioni con Veronica non mancano, come in tutte le coppie, perché «se lei fa qualcosa che non mi garba glielo dico e basta, come fanno tutti», ma mai per motivi culturali o legati all’educazione della figlia. I problemi sono fuori dalla famiglia, quando passeggiano per strada e qualcuno borbotta un insulto sottovoce oppure al supermercato, dove chi è abituato a leggere le etichette sulle scatole dei pelati prova a fare lo stesso con le persone. Deformazione professionale da giudici a tempo perso delle vite degli altri. Ma Bilal non ci fa caso e alza le spalle.

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Eppure Veronica appena fa un po’ più tardi da lavoro comincia a preoccuparsi. «Sono solo maleducati. Il razzismo c’è dovunque. Se, però, hai girato il mondo, allora non è qualcosa che ti appartiene», dice lui. Un giorno anche Maria capirà il carico della parola “negra” e dovrà farci a pugni, imparare a difendersi, anche con il sorriso, perché, a differenza di tanti altri, a lei è concesso il privilegio di spostare l’occhio da un universo all’altro solo sedendosi a tavola con i genitori. E di alzare le spalle, come suo padre.

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Anche l'integrazione tra culture europee si realizza spesso all'interno del nucleo familiare

Quella di Veronica e Bilal è la vera inclusione, un termine con cui da destra a sinistra ci si riempie la bocca con diversi significati, dal preteso sacrificio di credi e culture in cambio dello status di “quasi accolto”, al salire su una nave scattando qualche foto accompagnata da un bel discorso senza la minima idea di cosa sia l’altro e di che cosa saranno i suoi bisogni una volta sceso a terra. È anche la più naturale perché accompagna con leggerezza quella mutazione culturale di cui gli studiosi tanto discutono ma che da sempre appartiene all’uomo e che ha come motore la curiosità e la necessità.

A Maria vive tra due mondi

Siamo esseri umani, non alberi, non siamo fatti per radici che affondano nella terra. Siamo più ‘piedi’ e meno ‘testa’ di quanto si creda. Siamo identità in fuga o in semplice spostamento, mosse dal desiderio di esplorare, di curiosare, di annusare. Tasselli che, seppur distinti, formano un grande mosaico universale di piccole tribù che si incontrano e si scontrano con la stessa ciclicità delle maree.

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Difficile da spiegare a chi sogna un mondo recintato, mentre la globalizzazione lo illude, vendendogli per i suoi muri di sicurezza e filo spinato un cemento made in China, importato da qualche grande catena di supermercati europea e messo in opera a buon prezzo da lavoratori dell’Est. Il figlio, magari, è emigrato a Londra o in Australia perché «l’Italia non è un Paese per giovani». Ma lui sì che ha diritto a sognare un futuro migliore, mica gli altri, quelli con la pelle un po’ più scura.

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