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eutanasia

«È un dovere del medico dare la morte a chi lo richiede» per il dott. Riccio

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Non ha dubbi Mario Riccio, il dottore che aiutò Piergiorgio Welby nel suo lungo percorso fino alla morte: il medico ha il dovere di aiutare il paziente che vuole terminare le cure e, con esse, la prorpia vita. Mentre la sottoscrizione per il Referendum sull’Eutanasia Legale supera le 500mila firme e, nelle Marche, un 43enne tetraplegico denuncia l’Asur per il rifiuto al suicidio assistito, Riccio spiega perché proprio il medico debba farsi carico di questa responsabilità.

L’eutanasia come responsabilità della medicina

«Io credo nel dovere morale del medico di portare a morte un paziente. So che la mia deontologia è differentissima dalla deontologia ufficiale. Ma l’articolo 17 del codice deontologico dei medici è un romanzo: ha subito nel corso del tempo tantissimi cambiamenti» ha spiegato durante un’intervista. Proprio gli avanzamenti della scienza medica imporrebbe, oggi, un approccio diverso all’eutanasia e al suicidio assistito. «La medicina spesso ha condotto i pazienti nella condizione di richiedere la morte immediata». continua Riccio. «La medicina ha creato queste condizioni (Eluana Englaro, Fabo e Welby) ed è quindi un dovere del medico dire “siamo partiti insieme in un percorso in cui speravamo di ottenere il massimo, magari anche la guarigione, abbiamo invece ottenuto solo qualcosa di peggiorativo. Ed è un dovere dare la morte a chi a questo punto lo richiede».

Ma in Italia parlare di eutanasia è ancora un tabù. A luglio i capigruppo delle commissioni congiunte Giustizia e Affari costituzionali di Montecitorio hanno approvato un testo base per una legge sull’eutanasia ma ponendo condizioni di accesso molto complicate. Si potrà ricorrere al procedimento solo se tutte e tre queste condizioni siano verificate (non soltanto una): essere affetti da una patologia irreversibile o a prognosi infausta oppure portatrice di una condizione clinica irreversibile; essere tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale; essere assistiti dalla rete di cure palliative o abbia espressamente rifiutato tale percorso assistenziale.

La lunga storia dell’eutanasia in Italia

Il primo a sollevare la questione eutanasia e il diritto all’autodeterminazione del malato è stato Piergiorgio Welby, affetto da anni da distrofia muscolare. Attivista, giornalista e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, nel 2006 chiese proprio al medico Mario Riccio di porre fine alle sue sofferenze e di staccare il respiratore sotto sedazione. Tre anni più tardi, la storia di Eluana Englaro spaccò l’Italia in due. La ragazza rimase in stato vegetativo per 17 anni, prima che il padre Beppino sospendesse l’idratazione artificiale e l’alimentazione forzata. Fabiano Antoniani, conosciuto come dj Fabo, rimasto tetraplegico dopo un incidente, ha dovuto, invece, lasciare l’Italia.

Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, lo ha accompagnato a morire in Svizzera nel febbraio 2017. Incriminato per istigazione al suicidio, è stato assolto solo nel 2019 dalla Corte di Assise di Milano «perché il fatto non sussiste». La Consulta si era già pronunciata affermando che «una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». L’ultimo caso, in ordine di tempo, è stato quello di Davide Trentini, malato di sclerosi multipla. Cappato e Mina Welby lo hanno aiutato a morire, il primo raccogliendo i soldi necessari, la seconda portando fisicamente Davide Trentini in Svizzera. La Corte di Assise di Massa, per ora, ha assolto gli imputati perché “il fatto non costituisce reato”.

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