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Le donne nell'horror non devono morire per forza

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Nel 1987 la studiosa di cinema americano Carol J. Clover pubblica il saggio "Her Body, Himself: Gender in the Slasher Film", in cui analizza una delle sottocategorie più celebri del cinema horror. Per chi non avesse chiaro di cosa si stia parlando, con il termine “slasher” ci si riferisce a quel tipo di pellicole in cui un killer tendenzialmente mascherato dà la caccia a vittime quasi sempre giovani, facendone fuori un buon numero. A rendere interessante l’analisi di Clover è l’attenzione che l’autrice dedica all’evoluzione della protagonista femminile nei film dell'orrore a partire dalla fine degli anni Settanta, quando lo slasher aveva iniziato a essere parte di un rinnovamento più ampio del genere.

Si deve a Clover l’invenzione del termine “final girl”. Con esso si indica un archetipo di personaggio femminile lontano da quelli del passato: la “ragazza finale” non va infatti confusa con la “scream queen”, che si limitava a essere una damigella in pericolo senza una vera personalità o una vittima sacrificale da eliminare piuttosto prematuramente all’inizio del racconto filmico. Il profilo della final girl tracciato da Clover è quello di un’eroina con le qualità per sopravvivere e spesso eliminare in prima persona la minaccia, dimostrandosi in grado di gestire le situazioni più complicate con grande sangue freddo. Ancora oggi il prototipo della final girl resta la Laurie Strode della serie Halloween, di recente tornata al cinema con il nuovo capitolo Halloween Kills, in cui si unisce a figlia e nipote per fermare di nuovo il terribile Michael Myers.

Laurie Stode, la ragazza finale che ha iniziato tutto

Diversi fattori contribuirono a rendere il ruolo interpretato da Jamie Lee Curtis così iconico già dalla sua prima apparizione in Halloween - la notte delle streghe del 1979. Laurie Strode è infatti un personaggio estremamente moderno e fuori dai cliché. Non viene assolutamente sessualizzata dal regista James Carpenter e non ha nulla della classica giovane ragazza propinataci da tanto cinema hollywoodiano: non è frivola e non appare di certo ossessionata dal dover cercare l’apprezzamento dell’altro sesso, al contrario. I suoi obiettivi sono molto più concreti rispetto a quelli delle coetanee: vuole realizzarsi attraverso lo studio e, a differenza delle sue amiche, dimostra di avere delle priorità più importanti della ricerca di un piacere a breve termine. Non è un caso che sia proprio lei, più formica che cicala, a essere l’unica del gruppo a sopravvivere alla furia del killer mascherato.

Laurie è una figura particolare: una proto-nerd prima che il termine nerd diventasse di largo uso, una giovane donna che pur essendo lontana dallo stereotipo della femme fatale non è neanche quello che si definirebbe un maschiaccio. È una ragazza che si potrebbe davvero incontrare nella vita reale e risulta facile immedesimarsi in lei. La Laurie del primo Halloween viene accusata di essere “sessualmente repressa” dalle amiche e finisce per chiedersi ella stessa se non sia davvero troppo seria per la sua età. «Tu rischi di diventare una buona assistente sociale», le dice un’amica decisamente meno interessata di lei al prossimo e questo basta a far nascere in Strode il dubbio di essere effettivamente “sbagliata” e talmente suggestionabile da vedere un tipo con il volto coperto dietro le siepi. È al tempo stesso la baby-sitter irreprensibile e la tardo-adolescente che si fa le canne per sentirsi parte di un gruppo di amiche con cui ha poco in comune, a parte i natali in una città di provincia che potrebbe trovarsi potenzialmente dovunque. Forse anche per questo è così automatico empatizzare con lei e rimanerle affezionati ancora oggi quando Laurie, ormai donna adulta e madre in Halloween Kills, si ritrova a sfidare di nuovo la sua nemesi, armata di una nuova consapevolezza frutto del tempo effettivamente passato.

Cosa resterà di quest’horror alle porte degli anni Ottanta

Che a incarnare un personaggio simile sia stata proprio Jamie Lee Curtis nel suo esordio cinematografico non sembra casuale. Lei, che di recente ha sfilato sul red carpet vestita come la mamma Janet Leigh, ha proposto l’evoluzione naturale di uno dei personaggi più iconici della carriera dell’illustre genitore. Se Leigh nei panni della povera Marion Crane di Psycho era stata infatti una delle scream queen più celebri della storia, sua figlia faceva anni dopo un passo avanti dando corpo all’archetipo della final girl.

D’altronde la vera protagonista del primo come dell’ultimo Halloween resta sempre Laurie. La maschera deformata del Capitano Kirk di Star Trek che copre il volto di Michael Myers è entrata nell’immaginario collettivo ma l’assassino seriale in sé per sé non ci dice nulla, non solo perché è di fatto muto. Si tratta di un killer che uccide per il semplice gusto di farlo. Non potrebbe mai essere il vero protagonista della storia in quanto risulta quasi un McGuffin, un espediente per far partire una storia che è incentrata in realtà sulla vittima designata. Laurie Strode in questo senso non si limita a scappare o a essere una damigella in pericolo ma anzi indaga per scoprire Michael Myers e non ha paura di affrontarlo, negli anni Ottanta come nel 2021.

Troppo spesso ci dimentichiamo di quanto personaggi ben scritti facciano la differenza, anche nel cinema horror. Film come il primo Halloween o l’ultimo Halloween Kills ci ricordano ancora che, senza personaggi come Laurie Strode, non avremmo mai avuto una delle saghe più iconiche del cinema di paura. Una serie di pellicole che ancora oggi riesce a spaventarci ricordandoci quanto l’horror possa parlarci del lato oscuro della nostra società. Se oggi, a quaranta anni di distanza, la Laurie di Jamie Lee Curtis è diventata un simbolo per le donne vittime di violenza non possiamo liquidarla solo come la protagonista di un film fatto per farci saltare sulla sedia.

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