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Il coronavirus ha svelato il traffico di animali protetti

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Gli effetti del coronavirus non si limitano alle migliaia di persone infette: il ciclone portato dal CoVid-19 ha svelato alcuni aspetti di una nazione, la Cina, che conosciamo solo in parte. Dalla gestione dell’infezione (con la censura di medici, vlogger e giornalisti), fino alla nascita del virus stesso: ancora non è chiaro come sia avvenuto lo spillover, ma sembra esserci una connessione con il commercio di animali selvatici, che, infatti, l’Assemblea nazionale ha deciso di bandire.

Animali selvatici e medicina tradizionale

Osservare la Cina con gli occhi dell'Occidente è un errore che non possiamo permetterci, eppure, viste le proteste della stessa società civile cinese, appare inevitabile, in un mondo sempre più globalizzato, che anche certe tradizioni millenarie vadano riviste. Così, prima l’Assemblea nazionale ha avviato le pratiche, poi la provincia di Shenzhen ha dato l’esempio: divieto immediato di commercio e consumo di animali selvatici ed esotici. Quindi, via anche cani e gatti dalle tavole dei cinesi, fonti di infinite polemiche anche da questo lato degli Urali, e con loro di tutte le specie oggi sospettate di essere vettori dei coronavirus

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L'allevamento di animali selvatici in Cina è più grande di quanto si creda

Certo, Shenzhen è una metropoli all'avanguardia del Sud dello Stato, il polo tecnologico della Cina che guarda alla propria espansione globale, non come Wuhan, metropoli anch’essa, ma dell'hinterland rurale. La frattura, ormai evidente in tutto il mondo, tra città e campagna in Cina è anche più estesa che in Occidente: la nuova classe media urbana sta prendendo coscienza della pericolosità di certe usanze, mentre la popolazione rurale si attacca sempre più ad esse per motivi identitari. Non è un semplice scontro tra animalisti e tradizionalisti, ma la presa di posizione di una buona parte di popolazione, come ha spiegato al New York Times il professor Peter Li, dell'Università di Houston: «[Il popolo cinese è, ndr] arrabbiato perché ha appreso che la fauna selvatica utilizzata come cibo ha nuovamente causato una crisi sanitaria nazionale e che un piccolo numero di commercianti di animali selvatici continua a tenere in ostaggio l'intero paese».

La diffusione del coronavirus

Il coronavirus ha dimostrato che il più remoto sobborgo cinese è meno distante da noi di quanto possiamo immaginare. Per la Sars, partita dal sud-est asiatico nel 2004, l’animale che incubò il virus fu lo zibetto. In questo caso, potrebbe essere stato il pangolino (simile ad un armadillo): zibetti e pangolini, come anche pavoni e pipistrelli, sono tra le specie selvatiche più gettonate nei mercati cittadini, come quello di Wuhan, vero e proprio polo di questo settore.

Il mercato d Wuhan in Cina è stato uno dei focolai del coronavirus

Il mercato d Wuhan in Cina è stato uno dei focolai del coronavirus

L'emergenza sta mettendo a dura prova la grande macchina burocratica cinese: uno strumento per gestire il potere che è, a sua volta, diventato potere. Abbiamo già affrontato il caso di Li Wenliang, il medico che scoprì il nuovo virus, due settimane prima dell'allarme ufficiale, e che per questo fu costretto al silenzio. Nel caso del commercio di animali, ci si ritrova però di fronte ad un’altra falla nel sistema: una falla che, lo stesso governo, ha gestito guardando solo allo sviluppo economico del paese. La Cina ha tentato di industrializzare questo tipo di mercato (dal potenziale giro d'affari di 60 miliardi) senza curarsi troppo degli animali protetti e della salute pubblica, e ora fa i conti con le sue scelte.

Le responsabilità del governo cinese

Il governo di Xi Jinping si è trovato di fronte alle sue responsabilità quando sono emersi i numeri reali del settore: dal 2005 al 2013, il governo ha concesso appena 3.725 licenze per l’allevamento di animali selvatici, ma si è trovato a chiudere, in questo mese, ben 19.000 fattorie, rispettivamente:


  • 4,600 nella provincia di Jilin
  • 3,000 a Hunan
  • 2,900 a Sichuan
  • 2,300 a Yunnan
  • 2,000 in Liaoning
  • 1,000 a Shaanxi
Il pangolino è in via di estinzione

Il pangolino è in via di estinzione

Un sistema, come detto, che negli ultimi trent’anni ha permesso lo sterminio del 90% di esemplari di pangolino selvatico. Lo stesso sistema che, nel 2017, si è trovato a dover sequestrare 11,9 tonnellate di squame dello stesso animale. E ancora, 8,3 tonnellate nel febbraio del 2019. Insomma, ben prima del coronavirus, le ambiguità della Cina sul settore degli allevamenti avevano fatto emergere contraddizioni che oggi - come ha spiegato il professor Li - la stessa società civile chiede di chiarire e regolamentare.


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