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Un anno fa moriva Li Wenliang, il medico eroe censurato dalla Cina

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L'esplosione del coronavirus ci ha ricordato quanto, al giorno d'oggi, sia impossibile contenere una notizia ingombrante. E così anche tutte le sue conseguenze, come le fake news che nascono dagli allarmi di questa portata. Eppure, il valore del silenzio resta ancora molto alto per la Repubblica Popolare Cinese, regime totalitario abituato a spazzare la polvere dei problemi sotto il tappeto della censura. Ce lo ha insegnato proprio il coronavirus e la storia di Li Wenliang, il medico che, tra i primi, si è accorto della possibile epidemia, e che, dopo essere stato riabilitato dalla polizia cinese, oggi viene ricordato in tutto il mondo, a un anno dalla sua morte proprio per la malattia.

Chi era Li Wenliang

Il fatto che oggi si ricordi Li, purtroppo, non riguarda soltanto la sua scoperta: la storia dell'oftalmologo trentaquattrenne che si era insospettito per le polmoniti di alcuni pazienti nell'ospedale di Wuhan, è stata travolta dal coronavirus che sta spaventando il mondo. Quella di Li è una storia che racconta le difficoltà che s'incontrano quando si prova a parlare all'interno di un sistema che predilige il silenzio. E se la tragica ironia della sua morte proprio per il virus che aveva scoperto ha colpito il mondo, il mese che l'ha preceduta è stato forse peggiore. Li, dopo aver confrontato i sintomi delle polmoniti con quelli di altre malattie respiratorie, era arrivato a sospettare la presenza di un virus della famiglia delle Coronaviridae, inizialmente la Sars, poi identificato come il nuovo coronavirus.

Le accuse del governo cinese e la morte

Il medico, dopo la scoperta, rivela i suoi sospetti all'interno di una chat di gruppo, attirando su di sé un bersaglio che l'autorità, in particolare la polizia, inizia a seguire. A Pechino, così come a Mosca ai tempi di Chernobyl, le catastrofi non piacciono, specialmente se vengono sbandierate ai quattro venti. Li viene accusato e costretto a firmare una smentita, a sua volta smentita quando il coronavirus diventa di dominio pubblico e inizia a mietere vittime. Il medico allora fa ritorno all'ospedale di Wuhan, l'epicentro della crisi che oggi conta milioni di vittime. Qui, Li Wenliang entra a contatto con una paziente contagiata, che gli trasmette il virus. Appena scopre di essere infetto, Li riprende coraggio e racconta, via social, tutta la sua storia. Storia che ha un finale, tra smentite e controsmentite, con la sua morte venerdì 7 febbraio.

La verità è stata messa in quarantena

La fumosità sull'annuncio del suo decesso confermano alcuni problemi di comunicazione del governo cinese. Chiamiamoli così, anche se i danni che comportano sono un po' più gravi della semplice incomprensione. La Cina statalista di oggi ha seguito passo dopo passo l'Unione Sovietica dell'aprile 1986. Allora, l'esplosione del nucleo del reattore nella centrale di Chernobyl venne celata il tempo minimo che i rilevatori dei paesi confinanti non segnalassero le radiazioni; ventiquattro ore, un tempo irrisorio per la Storia, ma decisivo per tante persone. Il tempo perso a mascherare la vicenda si è ripercosso inevitabilmente sulle vittime, così come l'atteggiamento censorio del governo cinese nei confronti del coronavirus che ha avuto conseguenza ancora incalcolabili. Restano, intanto, nodi da sbrogliare: per alcuni, probabilmente, ci penserà la Commissione per l'ispezione disciplinare, l'Anticorruzione del Partito comunista cinese. Però, guardando i dati delle tendenze in mandarino di Weibo, si scopre che la Cina del popolo (almeno quello urbano che usa social e smartphone) chiede a gran voce libertà di parola, anche se con l'hashtag davanti. Così, mentre #vogliolalibertàdiparola spopolava sul web e la polizia di Wuhan si scusava pubblicamente per ciò che aveva fatto al dottore deceduto, il messaggio lanciato da Li al magazine Caixin è diventato sia epitaffio sia avvertimento: «Una società sana non dovrebbe avere una sola voce».

Li Wenliang è morto il 7 febbraio 2020

Li Wenliang è morto il 7 febbraio 2020

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