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Il reato di tortura era necessario. Piacenza e Torino lo hanno dimostrato

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Si sente un colpo e poi: «Questo è il primo della giornata, ok? Siediti là e non rompere i coglioni». La Caserma dei Carabinieri “Levante” di via Caccialupo è diventata, in questi anni, il centro di una vasta rete di crimini che andavano dallo spaccio di droga alle torture. «Sono un pezzo di merda» è costretto a gridare il detenuto mentre le guardie carcerarie lo picchiano, indossando guanti che non lasciano segni. La sezione X della casa circondariale “Lorusso e Cutugno” era l’inferno dei detenuti con problemi psichici. Piacenza e Torino, due facce di un’Italia del 2020 che ha dimostrato, ancora una volta, quanto avesse bisogno del reato di tortura e di un Ufficio Affari Interni, introdotti entrambi, dopo lunghe battaglie, dal Ministro Minniti nel 2017.

Lasciate ogni speranza voi che entrate

La definiscono famigerata quella sezione X nella casa circondariale di Torino, “Lorusso Cutugno”. Entrarvi significava perdere ogni speranza, ogni voce: per tre anni le continue denunce di abusi e violenze della garante Monica Gallo sono cadute nel vuoto. Poi il PM Francesco Pelosi ha deciso di intervenire, arrestando ben 25 persone. Nel mirino degli aguzzini in divisa, i detenuti con problemi psichici isolati nelle celle 209, 210, 229 e 230 e poi puniti fisicamente, torturati per anni, senza alcuna possibilità di fuga o di aiuto. Un inferno pagato da noi che viveva grazie all’omertà di corpo, la stessa che ha permesso l’impunità della Caserma “Levante” negli ultimi anni. A Piacenza, le indagini della Guardia di Finanza hanno portato all’arresto di 20 persone, praticamente l’intera Caserma tranne un agente. Il locale stesso è stato sequestrato, era il centro di una struttura verticistica molto simile alla criminalità organizzata dove i carabinieri di Giuseppe Mondella, capo del gruppo, gestivano lo spaccio di droga sul territorio, nella totale impunità garantita loro dall’uniforme: «In poche parole abbiamo fatto una piramide: sopra ci siamo noi irraggiungibili, ok?» afferma uno di loro. Ci sono voluti sei mesi di indagini e intercettazioni per scoperchiare l’organizzazione che, da un lato, gestiva i pusher della zona, dall’altro arrestava e torturava chi non obbediva. I superiori chiudevano un occhio perché gli agenti portavano “risultati” (ovvero arresti fasulli e illeciti). L’ultimo arrivato in caserma, un giovane maresciallo, si sfogava col padre proprio di questa impunità vergognosa: «Se lo possono permettere perché portano i risultati, portano un sacco di arresti l’anno. Ma perché? Perché hanno i ganci…». Insomma un incubo alla Serpico che, proprio come la vicenda del poliziotto newyorkese, dimostra quanto ci servirebbe un vero Ufficio degli Affari Interni che sviluppi il progetto iniziale del 2017.

La lunga lotta per introdurre il reato di tortura

L’Italia ha un problema con le forze dell’ordine. È innegabile. Un problema sistemico che si acuisce risalendo la scala gerarchica, soprattutto in quel “mondo di mezzo” che si muove all’ombra delle alte cariche dello stato. L’assenza del reato di tortura era stata stigmatizzata persino dalla Cassazione nel 2014, poi era intervenuta la Corte di Strasburgo nel 2015, nel 2016 e infine nel 2017. Tutto questo mentre nel nostro paese si consumava il solito dibattito pubblico all’italiana: sconclusionato e distruttivo. Grazie all’azione del parlamentare Luigi Manconi (PD), la situazione infine si sbloccò e fu introdotto il reato di tortura nel codice penale e, con l’intervento del Ministro dell'Interno Marco Minniti e del Capo della Polizia Franco Gabbrielli, anche istituito un piccolo Ufficio Affari Interni dotato di sei ispettori che vigilava sul lavoro dei poliziotti (ma non su quello di Carabinieri e Guardia di Finanza). Nel paese della Diaz, della «più grave sospensione dei diritti in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale» secondo Amnesty International, abbiamo dovuto attendere il 2017 per recepire la Convenzione di New York del 1984. 33 anni. Facevamo in tempo a far nascere e poi crocifiggere un Gesù Cristo qualunque.

L’Italia ha un problema con le forze dell’ordine

Omertà e corporativismo sono i peccati atavici dell’Italia di ogni tempo. D’altronde, l’impunità per le forze dell’ordine è garantita dall'estabilishment se il capo del primo partito italiano, Salvini, dimostrava solidarietà per i carcerieri della Lorusso e Cutugno già in ottobre, all’arresto dei primi torturatori (si diceva se la fossero presa solo coi detenuti pedofili, quindi andava bene) per poi dichiarare, a dicembre, che avrebbe cancellato il reato di tortura. Un atteggiamento ingiustificabile per chi rappresenta lo stato. Anche con la Caserma di Piacenza la presa di posizione del capo della Lega è stata a dir poco ambigua: «Nessuno infanghi la divisa» ha tuonato in Parlamento. Come se a infangare la divisa non fossero stati proprio quei Carabinieri spacciatori. La politica italiana, da sempre, fa l’occhiolino al pugno di ferro poliziesco, glissando su violenze e torture, salvo gridare allo stato di polizia quando qualcuno dei loro deputati riceve un avviso di garanzia. L’Italia ha un problema con le forze dell’ordine perché, nonostante la Diaz, il caso Cucchi, la violenza sulle due studentesse americane e, ora, Piacenza e Torino, ancora non abbiamo affrontato il dilemma di “chi controlla i controllori”, istituendo un vero Ufficio degli Affari Interni, generale e trasversale. Il dibattito pubblico italiano si è già arenato sulla solita, sterile, metafora delle “mele marce”. Fino al prossimo scandalo, alla prossima vittima e al prossimo inutile dibattito pubblico.

Il giornalista di Repubblica picchiato dalla polizia durante gli scontri di Genova
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