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teatro

Per Motta nessun politico ha capito l'importanza dell'arte

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La chiusura di cinema e teatri, prevista dal nuovo dpcm, si abbatte come un uragano su un settore già da mesi in affanno. E c’è chi, come Motta, cantautore e autore de La nostra ultima canzone, si sfoga su Facebook. «Penso a quelle persone che hanno lavorato in questi mesi per organizzarsi a far sì che spettacoli pubblici fossero degli ambienti sicuri, nonostante nessun politico abbia veramente fatto capire l’importanza dell’arte e delle persone che ci lavorano», ha scritto. «Penso che abbiamo perso per l’ennesima volta, perché la nostra guerra pacifica civile ed educata per l’ennesima volta non è servita a un cazzo. A prescindere dal mio lavoro e dalla fortuna che ho, ci sono tantissime persone che hanno affrontato una depressione senza nessun tipo di aiuto, cercando di reagire con una professionalità sconvolgente, mentre tanti altri stronzi facevano finta che a marzo non fosse successo nulla. Non è fondamentale quello che facciamo, è assolutamente necessario e siccome siamo abituati a non essere considerati, spero davvero che anche questa volta non ci fermeranno, anche se alla fine sappiamo “artisticamente” incazzarci tanto pure noi».

Cinema e teatri luoghi sicuri

Stando agli ultimi dati, sono 570.000 i professionisti dello spettacolo a rischio. Secondo Assomusica, solo per l’estate la perdita di fatturato si aggirava intorno ai 350 milioni di euro. L'Opera di Roma ha stimato perdite per 4,4 milioni di euro, mentre la Fenice di Venezia tra i 7 e gli 8. Lo scorso 10 ottobre, 500 lavoratori si erano ritrovati in piazza Duomo a Milano per protestare contro la crisi innescata dalla pandemia. Crisi che l’attuale DPCM rischia di acutizzare, piegando in due un settore già profondamente colpito dai precedenti decreti. Secondo un report dell’Agis, l’associazione generale italiana dello spettacolo, «su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati tra lirica, prosa, danza e concerti, con una media di 130 presenze per ciascun evento, nel periodo che va dal 15 giugno (giorno della riapertura dopo il lockdown) ad inizio ottobre, si registra un solo caso di contagio da Covid 19 sulla base delle segnalazioni pervenute dalle ASL territoriali. Una percentuale, questa, pari allo zero e assolutamente irrilevante, che testimonia quanto i luoghi che continuano ad ospitare lo spettacolo siano assolutamente sicuri». Il settore dello spettacolo rientra, dunque, tra quei settori virtuosi che si sono saputi adattare meglio all’emergenza coronavirus, garantendo il pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie. Eppure lo stop è arrivato comunque. Colpa, forse, di un bias che da sempre vede la cultura come un bene sacrificabile.

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