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Che ne sarà dei migranti climatici?

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La questione dei migranti, divenuta parte preponderante del manifesto politico dei partiti sovranisti, è una fondamentale chiave di lettura per comprendere i cambiamenti del mondo in cui viviamo. Da una parte è evidentemente specchio della situazione socio-politica mondiale - influenzata da guerre, tensioni, violazione dei diritti umani - dall'altra è in grado di raccontare con chiarezza l'andamento economico di quelle parti del mondo che si trovano a essere protagoniste dei fenomeni migratori. A questi aspetti, che risultano oramai scontati nel confronto politico, si associa quello altrettanto importante del cambiamento climatico.Così come questo fenomeno in sé è stato per lungo tempo ampiamente sottovalutato e più o meno volutamente ignorato, anche gli effetti che esso determina sui flussi migratori hanno subìto lo stesso trattamento: solo di recente, infatti, si è cominciato a parlare di 'rifugiati climatici', una definizione non ancora completamente chiara.

Migranti e cambiamento climatico sono le due grandi questioni del nostro presente

Il pioniere dell'ambientalismo Lester Brown, nel 1976, affermò per primo che chiunque sia costretto a partire dal proprio luogo di residenza a causa di eventi climatici estremi può essere considerato un migrante climatico. Più precise le parole utilizzate poi dall'IOM (International Organization for Migration): «I migranti ambientali sono persone che, per motivi imperativi di cambiamenti improvvisi o progressivi per l’ambiente che influenzano negativamente la loro vita o le condizioni di vita, sono obbligate a lasciare le loro case abituali, in maniera temporanea o definitiva, e che si spostano sia all’interno del loro paese sia uscendo dai confini del proprio paese». L'IOM ha poi ampliato i confini di questa definizione, includendo quelle persone che migrano per legittima paura del peggioramento delle condizioni ambientali in cui vivono.

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La necessità di utilizzare le parole in maniera appropriata, definendo il rifugiato climatico, non è un mero esercizio intellettuale: al contrario, è di fondamentale importanza per chiarire la sua posizione. In una realtà politica che sempre più cerca di inquadrare i migranti nelle categorie della necessità, distinguendo i cosiddetti 'migranti economici' dai rifugiati, essere in grado di tutelare in maniera appropriata chi si trova costretto a lasciare la propria terra a causa dei cambiamenti climatici è importante per ragioni che vanno anche al di là di quelle etiche. La distinzione è infatti il discrimine per accogliere o respingere i richiedenti asilo. E la questione è più intricata di quanto possa apparire.

Negli anni

Negli anni '90 sono state 25 milioni le persone costrette a migrare per motivi climatici, saranno 200 milioni entro il 2050

Spesso, infatti, gli effetti del cambiamento climatico sono in grado di instaurare una vera e propria crisi economica nel Paese in cui si verificano. Di conseguenza, diventa molto sottile la differenza - volendo cercarla - tra migrante climatico e migrante economico, anzi spesso tali condizioni sono legate a doppio filo. Calamità come alluvioni, siccità, bombe d'acqua impattano gravemente sull'economia dei Paesi colpiti: inoltre, è importante osservare come siano i Paesi con le economie più deboli a pagare maggiormente lo scotto del cambiamento climatico. A questo riguardo, è stato osservato come tali calamità agiscano da acceleratore sui movimenti di persone, complicando un quadro geopolitico già di per sé critico. Ma quali sono i numeri in gioco?

Spesso la distinzione tra migrante economico e climatico è sottile o addirittura inesistente

Norman Meyers, considerato il 'padre' del concetto di migrante climatico, sostiene che negli anni '90 le persone costrette a spostarsi a causa del cambiamento climatico siano state 25 milioni, cifra destinata a crescere a 200 milioni nel 2050. Secondo le stime della Convenzione sulla lotta contro la desertificazione, i cambiamenti climatici potrebbero condurre più di 100 milioni di persone in condizioni di povertà estrema tra Africa e Asia del Sud, alimentando conflitti e migrazioni. Il generale americano Cheney usa parole inquietanti quanto esaustive: «se l’Europa pensa di avere oggi un problema di migranti, immagini quel che succederà tra venti anni se il cambiamento climatico obbligherà le popolazioni del Sahel a scappare dalla desertificazione. Oggi il problema riguarda 1 o 2 milioni di rifugiati l’anno; se le cose andranno male, saranno 10 o 20 milioni coloro che cercheranno di attraversare il Mediterraneo».

La CO2 in atmosfera toccherà i livelli più alti tra 140 anni

Intanto, è già esemplare il caso di Milon, un cittadino bengalese nato e vissuto a Dacca che passando per la Libia è giunto in Italia, mosso dalla disperazione causata dalle alluvioni che hanno costretto la sua famiglia a vendere la terra, unica fonte di reddito. Il Tribunale de L'Aquila ha accolto il ricorso dell'avvocato Chiara Maiorano, riconoscendo a Milon la protezione umanitaria per motivi ambientali: nelle motivazioni, è esplicito il riferimento alla povertà come conseguenza socio-economica dei cambiamenti climatici. E mentre una certa fetta di opinione pubblica del nostro Paese si allinea a posizioni simili a quelle de Il Giornale (che a gennaio 2018 titolava «Ci mancava il migrante climatico. Accoglieremo pure chi scappa dal caldo»), Amnesty osserva come la conseguenza di tali prese di posizione sia la criminalizzazione di affamati e disperati, oltre - più in generale - a un pericoloso ritardo nel riconoscere come determinante questa problematica critica e dall'impatto globale.

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