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Il campo profughi in Grecia è cenere. La testimonianza dal disastro

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Da mercoledì scorso, al posto del campo profughi di Moria, situato sull’isola di Lesbo, ci sono travi annerite dal fuoco e puzza di bruciato. Una serie di incendi sono divampati nella notte senza fare vittime ma distruggendo il campo quasi completamente. Dei circa 12.700 richiedenti asilo che vivevano al suo interno (la struttura era progettata per ospitarne 2.800), in migliaia hanno tentato la fuga lungo la rotta balcanica. E adesso, dopo che negli scorsi giorni una trentina di profughi era risultata positiva al coronavirus, preoccupa la situazione sanitaria.

Quel che resta di Moria

«Moria è morta», ci dice al telefono il dottor Panagiotis Provetzas, presidente dell’associazione dei medici greci di Lesbo. Ha appena posato la sua moto dopo una lunga riunione con i suoi colleghi per discutere di quanto accaduto nella notte e per cercare di capire come poter dare una mano. Il campo profughi circondato dal filo spinato non esiste più. «Ci sono 400 bambini non accompagnati e altrettante persone vulnerabili che devono essere allontanate dall’isola, perché non riusciremmo a coprire un eventuale sforzo sanitario in caso scoppiasse un focolaio di coronavirus. La nostra sanità non può farcela». Nell’ospedale dell’isola costruito dagli olandesi, infatti, manca personale medico. «È in pericolo la salute pubblica. Al momento l’esercito si sta limitando a spostare le persone in altri due campi e isolare i positivi. Ma la situazione è difficile».

Lo snodo di Lesbo e i casi di coronavirus

L’isola greca, insieme a Chios, è un crocevia di disperati, tanto che Medici Senza Frontiere ha più volte denunciato le condizioni disumane in cui i profughi, provenienti in larga parte dalla Siria, vivevano nel campo. Qui vengono ammassati i migranti che intraprendono la rotta balcanica. All’inizio di questa settimana, un migrante somalo era risultato positivo al coronavirus, spingendo le autorità locali ad adottare misure di contenimento, in un campo che ospita il quadruplo delle persone che potrebbe contare. Nel frattempo, la commissaria Ylva Johansson ha accettato di finanziare il trasferimento immediato e l’alloggio sulla terraferma «dei restanti 400 bambini e adolescenti non accompagnati. La sicurezza e il riparo di tutte le persone a Moria sono la priorità». Per il governo locale resta comunque una tragedia annunciata. E mentre il governo centrale pensa alle prossime mosse, si temono tensioni fra esercito e profughi in fuga.

La Grecia e i migranti

Il 14 agosto il New York Times ha denunciato i respingimenti illegali dei migranti da parte del governo conservatore di Kyriakos Mitsotakis, che avrebbe espulso illegalmente più di mille rifugiati, abbandonandoli su gommoni alla deriva in mare aperto. Ma la Grecia ha negato qualsiasi attività clandestina. A marzo, invece, i neofascisti avevano dato fuoco alla warehouse di Vial, a Chios, con l’obiettivo di scacciare dall’isola l’ong One Family - No Borders, proprietaria del magazzino e impegnata in attività umanitarie sull’isola. Sempre a marzo, dei video ritraevano la guardia costiera intenta a cercare di affondare i barconi. A tutto ciò si aggiunge oggi la fine di Moria, in un contesto, quello della Grecia e delle migrazioni, pronto a esplodere da un momento all’altro.

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