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Quando votano i più giovani

Fino agli anni '70 l’interesse degli italiani per le elezioni era molto alto, con percentuali di affluenza attorno al 90%, le migliori in Occidente. Oggi, raggiungono circa il 73%. Un calo che però non riguarda i più giovani, sia millennial che Gen Z: l’86% di loro va a votare. Questa forte partecipazione ha spinto molti politici, negli ultimi decenni, a proporre anche un allargamento del diritto di voto ai sedicenni, come avviene in altri paesi europei.

Cosa hanno votato i giovani italiani

Nel 2012 usciva il libro Votare in Italia: 1968-2008, una vasta indagine a cura di Paolo Bellucci e Paolo Segatti sulle abitudini di voto degli italiani che, al suo interno, conteneva un capitolo scritto da Piergiorgio Corbetta e Luigi Ceccarini sul “voto generazionale” e il cosiddetto cleavage, la “scollatura” tra le preferenze elettorali di giovani e anziani. Analizzando i dati fino ad allora, i due studiosi conclusero che il voto generazionale era definitivamente scomparso nel 2008. L’anno seguente, le elezioni del 2013 ribaltarono la situazione: la crisi economica, la rivoluzione tecnologica e un forte bisogno di rottura col passato avevano fatto riemergere il cleavage generazionale distinguendo il voto dei millennial da quello delle generazioni precedenti. Fu proprio allora che, tra i giovani, si affermarono le due forze politiche che hanno ridisegnato la politica italiana: il Movimento 5 Stelle, votato dal 40% dei 18-34; e la Lega che, seppure ancora nordcentrica, iniziò a crescere tra i millennial. Sulla stessa scia anche il voto al referendum dove il 70% degli under 35 votò No, sia alla riforma costituzionale che al governo Renzi. Il 2018 ha consolidato questo trend: i millennial e i gen z hanno votato M5S (il 40% della fascia 18-34) e Lega, ormai nazionale (18%). Da allora però, le cose sono cambiate: la crisi climatica è emersa nel dibattito pubblico, divenendo un tema generazionale oltre che ambientale; ed è arrivata la pandemia.

Cosa voteranno i giovani italiani

Ancora non sappiamo quanto il movimento dei Fridays for Future da un lato e l’impatto della pandemia dall’altro, cambieranno gli orientamenti politici dei più giovani. Nel resto dell’UE la maggiore sensibilità ambientale di Gen Z e millennial ha contribuito alla vittoria dei Verdi durante le ultime Europee, ma non in Italia dove a trionfare tra i più giovani è stata, invece, la Lega. Oggi le cose appaiono un po’ cambiate, e la “generazione Erasmus” sembra essere passata all’ala sinistra del parlamento. Sul referendum le posizioni espresse dai millennial lasciano pochi dubbi: Raffaele Marras dei Giovani Democratici ha dichiarato: «Alla crisi della politica non si risponde con meno politici, ma con più politica. Questo rischia di essere l’ennesimo regalo al populismo e all’antipolitica, per questo voterò convintamente No», come lui il resto del gruppo e i giovani di Italia Viva.

E se votassero anche i sedicenni?

In Italia si può votare solo dopo i 18 anni ma, sin dal 2007, molti politici hanno proposto di abbassare l’età elettorale a 16 anni: prima Veltroni, poi Boeri, Lega e infine Letta, Di Maio e Martina. L’Italia non sarebbe il primo paese europeo a farlo: in Austria i sedicenni votano dal 2007, a Malta dal 2018, in Ungheria se sono sposati e in Grecia a diciassette anni. In Centro America, Argentina, Brasile, Nicaragua, Cuba ed Ecuador e in Asia, Timor Est, Indonesia e Corea del Nord danno la possibilità di votare ai sedicenni. Sempre in UE stanno sperimentando il voto ai minorenni anche: Spagna, Scozia, Norvegia e alcuni länder della Germania. «Oggi i minorenni sono senza voce» ha spiegato il professor Luigi Campiglio, docente di Politica Economica alla Cattolica di Milano «Dare voce politica a chi non ce l’ha obbliga il politico a tenere conto degli interessi di breve e lungo termine di chi potrebbe votarlo». Il voto però comporterebbe anche dei rischi, come sottolinea lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Alberto Pellai che teme una sovraesposizione dei più giovani a campagne social aggressive durante lo sviluppo. Inoltre il numero di questo potenziale elettorato, circa 1 milione di persone, spinge molti a dubitare del suo impatto sull’offerta politica. Ma, in un paese come il nostro che invecchia ogni giorno di più e trova difficoltà a innovarsi, allargare la platea elettorale verso i più giovani potrebbe dare un importante segnale politico.

Il referendum secondo gli studenti
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