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sudamerica

Volevamo il Nobel per i medici di Cuba, invece abbiamo votato per le sanzioni

L’Italia si dimentica dei medici cubani della brigata Henry Reeve, accolti in pompa magna durante il nostro primo lockdown. E così, negli scorsi giorni, il Belpaese ha votato contro una risoluzione presentata al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu per chiedere la fine delle sanzioni economiche di alcuni paesi nei confronti di altri, tra cui Cuba e Iran. Pensare, che, solo un anno fa, avevamo chiesto a gran voce il Nobel per i 53 medici cubani.

Le sanzioni stabilite dall'ONU

In perfetto allineamento con gli Stati Uniti di Joe Biden, l’Italia si è espressa contro la mozione presentata il 23 marzo scorso al Consiglio per i Diritti umani dell’Onu sulle ripercussioni negative sotto il profilo dei diritti umani delle sanzioni economiche applicate da alcuni paesi contro altri. «Effetti devastanti per la popolazione, specie per la parte più debole, donne, vecchi, bambini», ha accusato l’inviata dell’Onu, Alina Duhan. Nessun ponte d’amore con Cuba, quindi, come quelli che si sono visti in giro per il mondo. Tra la lunga lista di Paesi puniti, non solo Cuba, che è sottoposta al bloqueo da ben sei decenni e che vede il blocco anche dei rifornimenti di petrolio via mare, ma anche Iran, Venezuela, Siria. La mozione, presentata dalla Cina, Stato di Palestina e Azerbaijan, è comunque passata con 30 voti favorevoli, 15 contrari e due astenuti.

La brigata Henry Reeve e la proposta per il Nobel

Eppure la memoria dell’aiuto di Cuba all’Italia non è così remota. Eravamo chiusi in casa, a vivere la nostra ora più buia, schiacciati dal carico di morti e contagiati di coronavirus, quando la brigata medica Henry Reeve è arrivata su suolo italiano, sventolando bandiere cubane. Un esempio di internazionalismo solidale che aveva commosso il Paese, facendo parlare di un “Umanesimo cubano”. Tant’è che Crema, la prima città italiana a essere soccorsa a marzo dalla brigata, decise di sostenere la candidatura al premio Nobel per la Pace del contingente proveniente da Cuba. Poco dopo il presidente Miguel Dìaz-Canel annunciò che su indicazione del Consiglio mondiale per la Pace, il Comitato svedese del Nobel ha accettato la candidatura. Durante la pandemia Cuba ha inviato più di 3.700 collaboratori, raccolti in 46 brigate, in 39 Paesi e territori colpiti. Ma la sua storia è iniziata 15 anni fa: dalla Guinea, alla Liberia e al Sierra Leone per l’emergenza ebola del 2014, al Pakistan e ad Haiti per l’epidemia di colera del 2010. Una forma di internazionalismo solidale, dedicata all’eroe newyorchese Henry Reeve. Nato il 4 aprile 1850 a Brooklyn, entrò in contatto con emigrati cubani lavorando in una libreria e decise di arruolarsi tra le forze indipendentiste dell’isola di Cuba. Un esempio in carne e ossa di internazionalismo, il cui spirito rivive nella brigata di oltre 1.580 medici. Ma il Nobel nasceva anche dagli indubitabili meriti della sanità cubana. Nonostante le sanzioni, l’isolamento e i disagi economici, Cuba non ha mai abbandonato né privatizzato il suo sistema sanitario, mantenendone l’efficienza nonostante la crisi che sta vivendo negli ultimi venti anni. Se la brigata Henry Reeve è l’immagine pubblica e internazionale dell’eccellente servizio sanitario castrista, a meritare il Nobel per la Pace è anche questa straordinaria coerenza del governo cubano, che non ha mai mancato a questo dovere: la salute pubblica del proprio popolo. Un esempio di eccellenza e solidarietà internazionale che, tra i seggi delle Nazioni Unite, non hanno fatto alcuna differenza.

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