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Sono un tassista e vi racconto la crisi del covid

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Roberto «ha la cosa del tassista nel sangue». Romanaccio, trentadue anni e una laurea in Scienze dell’amministrazione e dell’organizzazione alla Sapienza di Roma, ha deciso di seguire le orme del nonno e del papà. «Ho il pallino del taxi. Subito dopo essermi laureato, ho deciso di rimboccarmi le maniche, prendendo una macchina in sostituzione alla guida. Le strade che mi si erano prospettate erano due: o andare all’estero o rimanere in Italia. Ho scelto la seconda opzione». Così, come tanti altri ragazzi ha aperto un mutuo per comprare la licenza del taxi. «Doveva essere un impiego temporaneo, ma poi ho scoperto che è il lavoro più bello del mondo. La gente, visto che sei un estraneo, ti racconta la propria vita, le proprie aspettative e tu sei una sorta di psicologo, cerchi di capire le storie di chi ti sale in macchina». Ma il nuovo DPCM si è rivelata “una mazzata”. Per chi fa il tassista da poco tempo, ci dice, la situazione è ancora più tragica rispetto chi la svolge da qualche anno, tra mutui e tasse da pagare. E intanto le associazioni di categoria cominciano a far sentire la propria voce a un governo che sembra aver dimenticato le auto bianche.

Vecchie e nuove difficoltà

A Roma i tassisti sono circa ottomila. «Già prima del decreto lavoravamo un giorno sì e un giorno no. Siamo ottomila taxi e le corse sono poche, non avremmo trovato posteggio. Ma in questo modo riuscivamo a coprire le spese. Adesso, con il nuovo DPCM, è crollato tutto», ci spiega Roberto. «Per prendere una corsa a Roma Termini ho impiegato un’ora e quaranta. Fare giornata così è molto critica». La categoria dei tassisti, ci dice, non è mai stata presa in considerazione dai vari governi, meno che mai dal nuovo DPCM. «Eppure di persone come me che hanno fatto un mutuo per quindici anni, facendo sacrifici, ce ne sono, come ci sono tanti padri di famiglia che pur andando a lavorare non riescono a portare neanche cinquanta euro a casa. Senza considerare le tasse: quelle non si sono mai fermate. In questi mesi ho dovuto pagare 1700 €, a fronte dei 600 € di aiuti alle partite iva stanziati dal governo». Roberto, però, è tra i fortunati. «Faccio il turno di pomeriggio. Dalle 14 alle 18 qualcosa riesco a prendere, ma un collega mi ha raccontato che dalle 18 alle 22 ha fatto in totale 7 €». Difficile mandare avanti una vita con una cifra del genere. «Volevo andare via di casa entro un anno, ma questo non è più possibile». E il governo sembra aver dimenticato la flotta delle auto bianche. «Spero che il dpcm cambi perché queste chiusure che vanno a intaccare chi si è adeguato, non possono fare molto per tamponare questo virus, dopo un’estate passata fra l’irresponsabilità e il menefreghismo. La nostra categoria non è stata presa in considerazione. Si parla di tutti ma non di noi tassisti. Sembra che la nostra categoria sia di serie B. Personalmente riesco a salvarmi perché abito ancora con i miei. Ma le famiglie monoreddito non riescono ad andare avanti. E c’è ancora chi deve prendere la cassa integrazione. Sono sconfortato, come se le scelte che ho fatto finora fossero tutte sbagliate. Ma fin quando ne avrò la possibilità continuerò a combattere per difendere il lavoro che è uno dei principi della nostra costituzione».

Il mondo dei taxi in Italia

Secondo l’Istat, nel 2014 le licenze attive nei capoluoghi di provincia erano 12,4 ogni 10mila abitanti. Un dato però che non riesce a inquadrare le auto bianche, che rimangono un settore poco conosciuto anche dalle fonti istituzionali. Secondo la Repubblica, prendere un taxi a Roma costava nel 2017 il 41% in più che a Londra, percentuale dettata dalle lunghe code d’attesa nel traffico e dal prezzo della benzina. E che con la crisi innescata dal coronavirus rischia di prendere il volo, mentre in alcune città italiane come Napoli già a marzo si contavano le prime mille vetture in meno a causa del covid. Numeri che raccontano un settore in panne, strettamente legato all’attività turistica, che, però, come dimostrano le proteste degli scorsi giorni a Milano e Roma, è tutt’altro che morto. E che ancora non accetta di darsi per vinto.

Le proteste di Torino contro le chiusure
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