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Hiroshima: sopravvivere alla bomba atomica

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Peter Tibbets, forse, non avrebbe chiamato il suo aereo come la madre, Enola Gay Tibbets, se avesse saputo a cosa sarebbe stato legato quel nome da quel 6 agosto del 1945. Alle 8.16.8 del mattino, Tibbets sorvola Hiroshima e sgancia il suo carico, la bomba all’uranio Little Boy. Poi vira e torna verso la base di Tinian. Alle sue spalle il cielo dsulla città giapponese diventa luminoso, gli abitanti alzano lo sguardo al cielo e si coprono gli occhi abbagliati. Poi l’aria diventa un’onda di fuoco e vento, l’esplosione trasforma gli abitanti in ombre impresse su mura distrutte. 140.000 morti, sacrificati nel battesimo dell’era atomica. E poi ci sono gli altri, quelli che sopravvissero, marchiati dalla bomba atomica: gli Hibakusha.

Non vollero chiamarli sopravvissuti

Erano 650.000, marchiati a fuoco dalle due bombe, Little Boy all’uranio e Fat Man al plutonio. I figli ormai orfani di Hiroshima e Nagasaki. Quelli di loro che non morirono per l’ARS, la sindrome acuta da radiazioni, nei giorni successivi al bombardamento, rimasero sfigurati da ustioni e cheloidi. Erano uomini, donne, bambini: il Giappone si rifiutò di chiamarli “sopravvissuti”, per non contrapporli ai deceduti. Li chiamarono, invece, hibakusha, i “colpiti dal bombardamento”, e poi li lasciarono ai margini della società giapponese, come un pensiero scomodo da non ricordare. Ci vollero 12 anni perché il governo riconoscesse loro il diritto a cure gratuite, ma solo per quelli considerati giapponesi “puri”. Gli stranieri che sopravvissero al bombardamento, in particolare i prigionieri di guerra coreani detenuti proprio a Hiroshima e Nagasaki, furono a lungo abbandonati, almeno fino al 1978, quando la Corte Suprema riconobbe anche i loro diritti. Ma che fossero giapponesi, coreani o nippo-americani, tutti gli hibakusha dovettero subire la discriminazione ed il pregiudizio dei propri connazionali.

Vittime due volte

Gli hibakusha, scampati alla bomba, finirono per essere vittime dei loro connazionali. Discriminati (ancora oggi), i sopravvissuti e i loro figli, dovettero combattere tutta la vita contro i pregiudizi: per i giapponesi che non riuscivano a vedere oltre quelle terribili cicatrici, gli hibakusha erano il segno vivente della sconfitta nazionale; ma, soprattutto, erano portatori del veleno radioattivo, una fetta di umanità spezzata e corrotta nella percezione popolare. Marchiati dal fuoco radioattivo, avevano difficoltà a trovare lavoro e a sposarsi, per timore che la loro discendenza potesse nascere malata o deforme. Erano, però, solo pregiudizi. Paure sociali che hanno inflitto, alle vittime del bombardamento atomico, ulteriore sofferenza. Gli studi condotti sui sopravvissuti hanno dimostrato che solo l’1% dei “colpiti dal bombardamento” ha sviluppato malattie connesse alle radiazioni (in particolare la leucemia) e che i loro figli erano sani come il resto della gioventù nazionale. Molti hibakusha hanno, però, dovuto nascondere le proprie ferite e la propria identità per poter vivere normalmente e dare, alle proprie famiglie, le stesse occasioni delle altre.

Nessuna resa

Già nel 1956 gli hibakusha si unirono in un’organizzazione pacifista e battagliera: la Confederazione delle organizzazioni giapponesi delle vittime delle bombe A e H, il Nihon Hidankyo, che lotta ancora oggi perché il Giappone si prenda cura dei “colpiti dal bombardamento” e perché rifiuti il militarismo e le armi nucleari. Con gli anni, molti hibakusha sono diventati famosi, come lo stilista Issey Miyake o il mangaka Keiji Nakazawa, autore di un'opera ispirata al disastro di Hiroshima. Altri hanno portato avanti la propria battaglia fino alla fine come Tsutomu Yamaguchi. Tsutomu fu l’unico caso di “bombardato due volte”: si trovava a Hiroshima il 6 agosto, dove fu ustionato dalla prima esplosione, e, dopo essere stato curato, tornò a casa a Nagasaki l’8 agosto. Il 9, con l’esplosione della seconda bomba, venne esposto alle radiazioni mentre cercava i propri familiari. Tsutomu ha combattuto tutta la vita per essere riconosciuto come nijū hibakusha, cosa che è avvenuta solo nel 2009, un anno prima della sua morte. Battaglieri anche Yoshiko Kajimoto e Koji Hosokawa, che novembre scorso hanno incontrato il Papa per spingere l’opinione pubblica a non dimenticare il problema atomico. Oggi, nel mondo, sono ancora attive 13.400 testate nucleari, tutte più potenti delle due sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Le bombe sono in mano a nazioni spesso in conflitto con le altre: USA e Russia, India e Pakistan, Corea del Nord e Cina, Francia, UK e Israele. Anche nello scenario migliore, l’inizio di una piccola guerra nucleare annichilirebbe la civiltà umana come la conosciamo. Viviamo sull’orlo di un baratro, e gli hibakusha, oggi circa 160.000, ci indicano con le parole Hosokawa: «La bomba non fu sganciata su Hiroshima, ma sull’umanità intera».

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