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Sono serviti più di dieci anni perché l’Italia tornasse a parlare di sostanze stupefacenti

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Ci sono voluti 12 anni perché il governo si ricordasse di adempiere all'obbligo previsto dalla legge che impone la convocazione di una Conferenza Nazionale sulle Dipendenze ogni tre anni. L'ultima si era tenuta a Trieste nel 2009. Non si tratta di una mera formalità, la Conferenza ha lo scopo di fare un quadro del rapporto che il nostro Paese ha con le dipendenze, in primis con quella da sostanze stupefacenti. Si tratta, quindi, di uno strumento imprescindibile per calibrare la risposta a un fenomeno strutturale che è in continua mutazione.

Al cambiare del tipo di sostanze abusate, delle fasce di popolazione coinvolte, delle motivazioni che spingono all'abuso, dovrebbe contestualmente mutare anche la legislazione ovvero la risposta dello Stato: se così non è, si rinuncia colpevolmente a contrastare le organizzazioni criminali che traggono enormi profitti dal narcotraffico. Non ha dubbi sulla gravità di questo ritardo Don Luigi Ciotti: «La mafia più pericolosa è la nostra lentezza, è la burocrazia, aspettare 12 anni è vergognoso, il prezzo di questi 12 anni lo hanno pagato i più fragili. Chi non ha fatto quello che doveva fare è sempre impunito, chi non applica le leggi deve rispondere».

I ragazzi che fanno uso di droghe: giovani, iperconnessi e soli

Secondo i dati forniti dal C.N.R., il 19% degli studenti italiani di età compresa tra i 15 e i 19 anni ha assunto sostanze psicoattive illegali nell'ultimo anno. Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, ritiene che a questi ragazzi andrebbe data una risposta a scuola perché le dipendenze, che siano da computer, cellulare o cibo, nascono per rompere la solitudine: «La scuola deve ritrovare il senso di comunità nel periodo in cui ci si trasforma. Il Covid ha spinto molti a doversi confrontare con se stessi, uscire dai tunnel in cui ciascuno di noi si è infilato. La fiducia è l'antidoto più grosso alle dipendenze».

La pandemia ha visto un'impennata del consumo di droga ordinata online. Proprio l'isolamento derivato dalla diffusione del Covid ha spinto un pubblico nuovo verso le dipendenze. Ancora don Ciotti sullo smarrimento con cui convivono i ragazzi : «Questa è la seconda generazione che è stata derubata del futuro, non sperano in un futuro migliore ma che un futuro ci sia.»

Un mercato da 16,2 miliardi di euro all'anno in mano ai narcotrafficanti

La Conferenza di Genova è stata preceduta da diversi tavoli tematici affidati a esperti che hanno trattato molteplici temi. Tra questi, le misure alternative al carcere, prevenzione e riduzione del danno e il tema della cannabis a uso medico. Sebbene il titolo parli di dipendenze ricordando che ne esistono di diversi tipi, a farla da padrone è il tema della droga. Già in apertura della Conferenza la parola più utilizzata è narcotraffico; il core business delle organizzazioni criminali. Il Presidente della Camera, Roberto Fico, ricorda come sia necessaria una lotta senza etichette ideologiche per sottrarre alle mafie un mercato che in Italia vale 16,2 miliardi di euro.

Ecco i numeri forniti dal ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio: in Europa il giro di affari tocca i 30 miliardi di euro. Nel 2020 sono 275 milioni le persone che hanno fatto uso di droghe. Cifre impressionanti se si pensa che il ricavato del narcotraffico finanzia le mafie, ‘ndrangheta in primis. La ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, ha evidenziato come dopo una battuta d'arresto dovuta alla pandemia, le mafie siano riuscite ad adattarsi e a riprendere l'importazione di sostanze stupefacenti già nella seconda metà del 2020, tanto che proprio in quest'anno è avvenuto il sequestro record di 13 tonnellate di cocaina, segnale dell'ottima salute di cui gode il narcotraffico.

Se le autorità snocciolano numeri enormi, le relazioni degli esperti che hanno coordinato i Tavoli tematici non lasciano spazio a dubbi: il testo Unico sulla droga del 1990 va modificato. Ma su questo fronte la politica è ancora profondamente divisa e il gap tra normative vigenti e Paese reale si allarga.

Come la guerra alla droga è diventata guerra ai drogati

Tutto parte dagli USA. Nel 1970 l'allora presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, individua nell'abuso di droga “il nemico numero uno degli Stati Uniti”. Dieci anni dopo il presidente Ronald Reagan moltiplica gli investimenti nel contrasto agli stupefacenti imponendo delle pene minime per i reati di droga. Questo modello di contrasto punitivo ha dominato per decenni il dibattito sulla droga tanto da essere adottato, con poche sfumature, in tutti i Paesi Occidentali. L'Italia degli anni Ottanta fu travolta dalla prima ondata di eroina che, arrivata nel Paese negli anni Settanta, dieci anni dopo aveva popolato le piazze italiane di giovani “zombie” in overdose. Nessuno sapeva come affrontare il problema, tanto meno le istituzioni, così migliaia di genitori videro in San Patrignano l'unica salvezza e gran parte dell'opinione pubblica finì con accettare il “metodo delle catene” come il male minore.

Da allora la risposta statale alla questione tossicodipendenza è stata quasi esclusivamente l'inasprimento delle pene che ha contribuito ad aumentare lo stigma nei confronti delle dipendenze e la conseguente caccia alle streghe. Come affermato da Leopoldo Grosso del Gruppo Abele, l'effetto nel lungo periodo di questa strategia è evidente nelle carceri italiane dove oggi il 31,1% dei reclusi è detenuto per spaccio comune, il 27% è tossicodipendente. Nel resto del mondo negli ultimi anni molto è cambiato, Nel 2020 la commissione delle Nazioni Unite ha dichiarato che la cannabis ha un uso terapeutico. Significativa l'inversione di rotta degli Stati Uniti dove già 18 stati hanno legalizzato l'uso ricreativo della marijuana. In Europa sono 5 gli stati che hanno annunciato o già realizzato una liberalizzazione della vendita di cannabis: Olanda, Lussemburgo, Malta, Svizzera e Germania. L'Italia, per il momento, resta a guardare.

«C'è bisogno di molta più cannabis, ne siamo consapevoli»

Non esiste solo la cannabis a scopo ricreativo. A rendere più complesso il dibattito sulle droghe c'è la presenza della cannabis a uso terapeutico. La cannabis di stato è realtà dal 2015. In Italia si produce però soltanto il 15% del fabbisogno nazionale. Su un consumo di 2mila kg di prodotto solo 300 kg sono coperti dalla produzione nazionale, il resto è importato. Ciò comporta un estremo disagio per i pazienti che non trovano il prodotto in farmacia e spesso sono costretti a rivolgersi agli spacciatori.

Walter De Benedetto, malato di artrite reumatoide, è stato assolto dall'accusa di spaccio per avere coltivato delle piantine di cannabis in casa a causa della impossibilità di trovare il prodotto in modo legale: «Quello che accade a me accade a tanti altri nell'indifferenza generale. Troppo spesso un malato non ha riconosciute le cure a base di cannabinoidi che sono essenziali in diversi casi, noi pazienti non troviamo interlocutori capaci di ascoltarci». «C'è bisogno di molta più cannabis, ne siamo consapevoli», a dirlo è Antonio Medica, Direttore dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze. Quello italiano è un prodotto di altissima qualità che secondo i piani governativi in futuro dovrebbe vedere aumentare il volume prodotto.

Prossima fermata referendum

«L'approccio meramente repressivo è stato respingente e non si è fatto carico delle fragilità, la condanna della dipendenza è stata una collettiva autoassoluzione dei nostri fallimenti», queste le parole del ministro del lavoro, Andrea Orlando esponente del Pd. Oltre ai Democratici, anche il Movimento 5 Stelle con la ministra delle Politiche Giovanili, Fabiana Dadone, promotrice della Conferenza, ha aperto alla legalizzazione della cannabis. Un netto no è subito arrivato da esponenti di Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia, tutti contrari a qualsiasi alleggerimento delle normative vigenti.

Ma una via d'uscita dall'impasse che da decenni costringe l'Italia all'immobilismo potrebbe venire dal referendum sulla cannabis legale che quest'anno ha raccolto 630mila firme in poco più di un mese, a conferma dell'interesse che il tema genera nella popolazione. Il quesito referendario, se approvato, rimuoverebbe le pene detentive, ad eccezione del traffico illecito, eliminerebbe il reato di coltivazione e cancellerebbe la sanzione amministrativa del ritiro della patente. Il 2022, anno in cui si dovrebbe tenere il referendum, potrebbe così segnare una svolta nella gestione delle dipendenze in Italia.

«E se fosse legale?», la manifestazione per la cannabis

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