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La situazione delle donne in Italia è «immorale e ingiusta» per Mario Draghi

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Le donne «devono accettare anziché scegliere, devono obbedire anziché inventare. Solo perché sono donne. Questa situazione non solo risulta immorale ed ingiusta, ma rappresenta anche un atteggiamento miope». Non sono le parole di una persona qualsiasi, sono quelle del premier Mario Draghi, intervenuto al Women Political Leaders Summit con un videomessaggio. Parole che ricordano quelle già pronunciate a febbraio 2021, quando aveva ricordato: «L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa. Oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo».

Il problema del gender pay gap in Italia

L’intervento di Mario Draghi sottolinea, ancora una volta, le difficoltà che affrontano le donne italiane nel cercare di raggiungere un pari trattamento nel lavoro. Una parità per arrivare alla quale, secondo le stime del World Economic Forum, ci vorranno globalmente almeno 135 anni. «Dobbiamo assicurare la parità di condizioni nel mercato del lavoro e colmare il divario di retribuzione tra i generi ed aumentare il numero di donne in posizioni di responsabilità». Per Mario Draghi. Infatti, seppure la percentuale di donne in posizioni di comando sia aumentata negli ultimi anni, l’Italia si trova ancora in basso nella classifica mondiale delle nazioni col minor gender gap. Una classifica guidata da Islanda, Finlandia, Norvegia e Nuova Zelanda. L’Italia, oggi, è riuscita a scalare le posizioni dal 76° al 63° posto, grazie soprattutto all’aumento di donne tra in Parlamento. Ma, dati alla mano, la riduzione del gender gap in Italia è solo del 61,9%, contro il 70% della media europea occidentale e l’84% dell’Islanda. «Dobbiamo rafforzare i nostri sistemi di sicurezza sociale in modo tale da favorire l'evoluzione delle carriere delle donne».

In Italia il solo il 42% delle donne sono occupate, con una differenza salariale che si attesta tra il 5,6 e il 12%. Come il Centro Studi UIL ha spiegato a VD, l'Osservatorio sulle Retribuzioni dei lavoratori italiani ha segnalato che a livello aggregato, una donna percepisce una retribuzione mediana netta pari a 1.367 €, 110 € in meno di un uomo (1.477 €). In un inquadramento basso la busta paga mediana netta di un uomo si attesta a 1.418 €, mentre quella di una donna si ferma a 1.200. Una differenza di circa 220 € (il 15%). In un inquadramento medio una donna percepisce una retribuzione mediana netta di 1.428 €, mentre quella di un uomo si assesta a 1.503 € (+75 €). Questa disparità è dovuta anche al basso numero di manager donna, solo il 28%. Meno di un terzo. «Il nostro obiettivo in Italia è quello di investire, entro il 2026, almeno 7 miliardi di euro per la promozione dell'uguaglianza di genere». Ha aggiunto Draghi.

E poi c’è la maternità

La diversità di trattamento tra uomo e donna si manifesta anche nella gestione della famiglia. Uno dei nuclei tradizionali dove i bias culturali tendono a rivelarsi più tenaci da abbattere. Lo rivela uno studio dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), titolato Dalla fase 1 alla fase 2: quale transizione per uomini e donne? Una prospettiva di genere, che mostra come con la pandemia la gestione della famiglia sia ricaduta in gran parte sulle donne. A discapito del loro lavoro. Secondo l’Inapp, anche in caso di copresenza uomo-donna, la cura dei figli resta comunque affidata prevalentemente alla donna.

Delle donne intervistate nello studio, il 50% ha affermato di aver seguito i figli in maniera prevalente. Gli uomini che hanno fatto lo stesso sono solo il 5% dei rispondenti. Una disparità confermata dal quadro culturale tracciato da Eurobarometro: il 51% degli italiani ritiene ancora che “sia naturale” che la donna si occupi dei figli e che il successo lavorativo sia “prerogativa maschile”. I dati Istat, Inapp Plus e dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro sono espressione di un un pensiero dominante: una donna su sei, dopo aver dato alla luce un figlio, lascia il mercato del lavoro mentre aumentano in maniera costante le dimissioni volontarie delle donne con figli da 0 a 3 anni. Insomma: le brave mamme, in Italia, non lavorano. Questo vuole la società.

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