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razzismo

Le razze umane non esistono, il razzismo sì

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La parola razza sparirà dalla Costituzione tedesca. Lo hanno deciso Angela Merkel, il vicecancelliere Olaf Scholz e il ministro dell'Interno Horst Seehofer, grazie a una proposta dei Verdi che era stata, in un primo momento, rigettata. Il Suddeutsch Zeitung, di Monaco, ha scritto: «La parola razza sarà cancellata, mentre resterà la protezione dal razzismo». La modifica toccherà l'articolo 3 della Carta tedesca dove si legge che nessuno deve essere penalizzato «a causa della sua razza». Oggi, infatti, il concetto stesso di razza appare scientificamente inadeguato. Verrà anche istituito un commissario federale contro il razzismo, e una serie di fondi e progetti per l'integrazione. «La parola 'razza' è avvelenata», ha detto la capogruppo dei Verdi Katrin Göring-Eckardt. «Rimanda all'ingiustizia ed esclusione». E adesso si discute su quale termine sostitutivo usare.

La storia del razzismo

Che di razzismo non si possa più parlare come ai tempi delle gloriose avventure coloniali o delle indisturbate persecuzioni dell’Inquisizione spagnola è un dato di fatto. L’Ancien régime è crollato ormai da diversi secoli e si è portato via anche una cultura di tassonomie, catalogazioni, enciclopedie e saperi dalla forte impronta eurocentricaIn quel contesto si muovevano le opere di antropologi come Bernier, Buffon e Linneo, speculazioni impregnate dello spirito di un Homo sive Deus di chiara matrice cattolica. Certo, poi è venuto il positivismo, locomotiva filosofica di un’industrializzazione senza freni bisognosa di una manodopera illimitatamente sfruttabile da reperire laggiù, nei paesi esotici del “diverso” o del “selvaggio”, vera e propria religione cui un’antropologia ancora non vaccinata si è trovata a dover cedere il passo. Ecco il trionfo della “craniologia” di Gall, della classificazione delle razze del naturalista tedesco Blumenbach.

Una giustificazione dello sfruttamento

Imperialismo, gerarchia dei generi umani, quindi classi di differente valore e dignità. È da qui che prende il via il razzismo, una derivazione parascientifica piegata a una ragion di stato in cerca di legittimazione. Fino ad arrivare a Gobineau, con il suo Saggio sulle disuguaglianze della razza umana, o a H. S. Chamberlain, teorico di quella vera e propria chimera chiamata razza ariana. Non è quindi un caso che con la fine dell’Inquisizione, del Colonialismo e delle dittature del Novecento siano venuti meno gli stessi parametri che sorreggevano l’impianto di un surrettizio atteggiamento scientifico. Dagli anni cinquanta in poi, infatti, una serie sempre più numerosa di indagini, fra le quali quella del nostro genetista Cavalli Sforza, ha dimostrato l’infondatezza scientifica dell’idea di razza.

Dopo il colonialismo

Fin qui appunto la scienza, che procedendo per analisi, numeri ed evidenze ha dimostrato quanto ci fosse di “para” scientifico nel cosiddetto razzismo biologico, quanto ad esempio, ci fosse di folkloristico nella frenologia o nella fisiognomica del tardo ottocento. Il DNA ha parlato, la biogenetica non mente, le razze umane non esistono ed è qui che viene il bello. Perché a trasformarsi e sopravvivere, nel corso dei secoli, è stata un’idea, forse un modello culturale che è ancora intriso di razzismo. Lo stupore, il disorientamento dell’uomo bianco che sbarca per la prima volta alle Antille trovandosi di fronte dei veri e propri alieni dalla pelle scura, ecco, questo complesso sistema emozionale si è conservato tutt’oggi, prosperando in altre forme.

Il rifiuto come risposta al diverso

Siamo sicuri di non provare lo stesso cauto turbamento di fronte al primo piano, abilmente imbellettato dalle telecamere, di un rifugiato siriano in un campo profughi? Trasformazione, quindi, slittamento di senso. È nel linguaggio che avvengono i cambiamenti più importanti, visto che parole come xenofobia e aporofobia conservano ancora tutta quella pregnanza semantica del vecchio termine razzismo. Le razze sono quindi scomparse dal lessico del senso comune, ma, pensandoci un attimo, non è che la nostra era post consumistica e iper digitalizzata conservi ancora dei residui, delle tracce, mettiamola così, di quel sentimento atavico che irrigidiva sulla sedia i nostri nonni quando si parlava del Negus o della guerra in Abissinia?

Il razzismo ha a che fare col potere

Per capirci qualcosa sarebbe forse il caso di farsi una passeggiata nelle periferie di una qualsiasi metropoli europea – non penso necessariamente alle banlieue parigine – e osservare con un po’ d’attenzione il comportamento della gente comune. C’è un filo rosso che lega quell’originario stupore provato per la prima volta qualche secolo fa alle Antille alla sottile diffidenza mostrata da una casalinga del Quadraro nel metter piede in un alimentari cingalese? Oggi come allora era la condizione economica oltre a quella fisica a determinare una certa percezione distorta dell'altro? Lasciamo inevasa la domanda, per il momento, consapevoli che, se la scienza ci ha in parte liberati dai più mefitici pregiudizi, il razzismo ha comunque trovato una nuova forma per sopravvivere alla realtà.

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