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delitti

Il massacro del circeo ci ricorda che dopo 46 anni continuiamo col victim blaming

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Donatella Colasanti era una studentessa di diciassette anni, la sua amica Rosaria Lopez una barista di diciannove. Due ragazze del quartiere popolare della Montagnola nel 1975, che una sera incontrarono tre giovani della Roma bene. Ingannate dai modi educati dei ragazzi dei Parioli, accettarono il loro invito alla villa sul Circeo di un amico. Quando arrivarono alla casa, però, le due giovani furono sequestrate, violentate e torturate. Rosaria morì affogata in una vasca da bagno, Donatella subì uno strangolamento, ma riuscì a salvarsi.

Il Massacro del Circeo raccontato da Donatella Colasanti

Raccontò, poi, che all’arrivo alla villa i tre avevano estratto una pistola: «Capiamo che era una trappola e scoppiamo a piangere. I due ci chiudono in bagno. La mattina dopo Angelo apre la porta del bagno e ci ammazza di botte. Ci separano: io in un bagno, Rosaria in un altro. Comincia l'inferno». Dopo la morte di Rosaria: «Ho capito che avevo una sola via di uscita, fingermi morta, e l'ho fatto. Mi hanno messa nel portabagagli della macchina, Rosaria non c'era ancora, ma quando l'hanno portata ho sentito chiudere il cofano e uno che diceva: "Guarda come dormono bene queste due”». Gli aguzzini parcheggiarono e andarono al ristorante dove si azzuffarono con alcuni comunisti.

Donatella, nonostante lo shock e le ferite, raccolse tutto il suo coraggio e iniziò a gridare e a sferrare colpi alle pareti del bagagliaio nel tentativo di richiamare l'attenzione. Alle 22:50 un metronotte si accorse dei rumori che provenivano dalla vettura e allertò una vicina volante dei Carabinieri, che diede l'allarme lanciando il seguente messaggio: «Cigno, cigno... c'è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola». Quel codice, intercettato dal fotoreporter Antonio Monteforte, portò allo scatto più famoso dell’intera vicenda: l’apertura del bagagliaio e l’emersione di Donatella coperta di sangue. Il processo che seguì, però, fu una seconda tortura per Colasanti.

Il victim blaming al processo

«Se le ragazze fossero rimaste accanto al focolare, dove era il loro posto, se non fossero uscite di notte, se non avessero accettato di andare a casa di quei ragazzi, non sarebbe accaduto nulla» disse Angelo Palmieri, avvocato di uno degli assassini. «I tre giovani non volevano uccidere la Colasanti. L'hanno colpita in testa ma non è uscito neanche un po' di cervello». I giornali riproposero la retorica del “se l’è cercata”: «Era una brava ragazza – dicono parenti e amici della ragazza uccisa – ma da qualche tempo era cambiata». Entrambe avrebbero «imboccato la strada sbagliata» cercando la «carriera di fotomodelle, attratte dai miraggi dei facili guadagni e della vita brillante» per uscire dalla periferia.

Una storia già sentita e purtroppo ancora recente: basta pensare alle minimizzazioni sul caso di Alberto Genovese, accusato di due stupri, da parte di alcuni ospiti di "Non è l'Arena"; alle recenti frasi di Beppe Grillo sul caso del figlio Ciro (come «è strano che chi viene stuprato faccia una denuncia dopo otto giorni»); al caso delle due ragazze di quindici anni abusate in spiaggia a luglio dell'anno scorso, riassunto in titoli come: «Ubriache fradice al party, violentate», come se la colpa fosse tutta dell'alcool, fino ad arrivare all’assurda denuncia per negligenza ai genitori di Desirée Mariottini, violentata e uccisa a Roma nel 2018 da quattro sconosciuti, perché «Se la giovane non avesse passato la notte a Roma nulla sarebbe accaduto». Ma era il 1976 e in Italia ferveva un movimento femminista che, proprio dal Circeo, avrebbe ricevuto un ulteriore slancio. Ogni udienza era presidiata da donne, la stessa avvocata di Donatella, Tina Lagostena Bassi, era un’agguerrita attivista per i diritti delle donne. Nonostante i pregiudizi espressi dagli avvocati e dai media, la giuria condannò all’ergastolo i tre aguzzini (uno dei quali, fuggito all’estero, in contumacia). «I giudici lessero la sentenza (di primo grado, ndr) a tarda notte» ricordò Angelo Palmieri, «e sembrava di stare in uno stadio. Dovettero accompagnarci a casa i carabinieri con il furgone, neanche fossimo noi gli imputati». Donatella Colasanti ha dedicato il resto della sua vita a combattere la violenza sulle donne. È morta a soli 47 anni, nel 2005, per un cancro al seno.

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