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politica

Cos'è la mask rage e perché è arrivata anche in Italia

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Non è solo l’arrivo del caldo. Non è solo lo stress dovuto al lockdown. La mask rage, la rabbia di chi rifiuta l’uso della mascherina, si è diffusa in tutto il mondo perché si è colorata delle tinte ideologiche proprie dei diversi popoli e delle diverse posizioni politiche. Un semplice, piccolo indumento protettivo si è caricato di un significato identitario a discapito della sicurezza personale, un po’ come successe per il preservativo quando si scontrò con le convinzioni religiose.

La mask rage in Oriente

Proprio per questo aspetto ideologico, la mask rage si è manifestata in modi completamente diversi nel mondo. Le prime notizie su questo fenomeno sono giunte dall’Asia dove il livello di controllo sull’epidemia è stato più lungo ed elevato che nel resto del pianeta. In Corea del Sud, la prima regione fuori dalla Cina a essere colpita dal virus, la mask rage si è manifestata all’arrivo del caldo torrido tipico delle estati coreane, con medie sopra i 30°, dopo che l’obbligo di indossare il presidio è stata reiterato in Giugno allo scoppio di un nuovo focolaio a Seoul. Molte persone hanno iniziato a fare il tuk sk (tuk significa mento in Corea), cioè portano la mascherina abbassata costantemente, causando problemi sui mezzi pubblici. Tutti i casi di mask rage in Corea, eccetto uno, riguardano uomini tra i 50 e i 60 anni. Il Giappone ha già risposto al medesimo problema con la tecnologia, lanciando linee di mascherine realizzate in materiali che allontanano il calore: «Speriamo di poter aiutare le persone a indossare le mascherine restando freschi, anche solo un poco» ha dichiarato la portavoce di Yonex. La Japanese Association for Acute Medicine ha consigliato di stare attenti alle alte temperature, di indossare la mascherina, abbassarla quando possibile e idratarsi costantemente. In Asia, quindi, parliamo di una reazione dovuta, sostanzialmente, al lunghissimo periodo di contenimento e alle temperature proibitive, senza grandi coloriture ideologiche. Diverso è il caso dell’America, del Regno Unito e di altri paesi governati da leadership populiste.

La mask rage in Occidente

La risposta al coronavirus ha subito diviso la politica occidentale seguendo le linee di frattura culturali apertesi in questi anni. I governi composti da partiti tradizionalmente “responsabili”, moderati o influenzati da un elettorato moderato hanno attuato misure tempestive di lockdown che hanno salvato molte vite e ridotto i danni dello tsunami-covid per quanto possibile (al netto dei molti errori iniziali, in particolare italiani). Le leadership populiste, invece, imprigionate nella loro dialettica oppositiva e influenzate spesso da elettorati vicini al complottismo e all’estremismo, hanno dovuto differenziarsi dalla linea moderata rifiutando, spesso, sia le mascherine che il lockdown. È stato prima il caso di Boris Johnson che ha cambiato linea solo dopo essere finito in terapia intensiva a causa del coronavirus. In USA la situazione è esplosa in questo periodo, dopo le continue capriole ideologiche del Presidente Trump che, tra cure miracolose e negazionismo, ha indossato la mascherina, per la prima volta, solo la scorsa settimana. Sei mesi dopo il primo caso di coronavirus negli USA. Oggi, nonostante il numero record di contagi totali (4,58 milioni confermati) e di morti (154.000 confermati), mettersi la mascherina è considerato un atto politico e attuare un lockdown, come quello della California in questi giorni, un attacco al Presidente. Indossare una mascherina è da democratici, non farlo da repubblicani, dicono alcuni a Los Angeles, e uno studio del Pew Research Center confermerebbe questa tendenza. In una situazione di crisi sociale come quella esplosa dopo la morte di George Floyd e l’invio delle milizie di Trump nelle strade di Portland, le reazioni scomposte all’obbligo della mascherina sono all’ordine del giorno. Il rifiuto si fonda spesso sul concetto di libertà individuale che, in America, scatena gli animi persino quando si parla di limitare le armi automatiche, figuriamoci indossare una mascherina.

La mask rage in Italia

In Italia la mask rage ha appena prodotto uno dei cortocircuiti ideologici più interessanti di sempre con Matteo Salvini che, prima, ha incontrato al Senato i negazionisti del virus, poi ha accusato il Governo di diffondere quello stesso virus coi migranti. Il convegno organizzato da Sgarbi ha visto snocciolare, una a una, le stesse bufale che circolano e confondono l’opinione pubblica in America: «serve un manifesto della verità» ha dichiarato il critico d’arte e parlamentare «Le istituzioni devono ascoltare anche la voce di chi dice da settimane che in Italia il Covid non c'è più. Esiste un rapporto ufficiale del governo tedesco che definisce il Covid 19 come falso allarme globale. Da due mesi non c'è un solo morto di coronavirus». Sono morte 8 persone ieri, in Italia. E nonostante i focolai che riemergono nel nostro paese (e nel mondo) c’è chi, dall’alto del suo ruolo di senatore e capo del primo partito nazionale, ha dichiarato: «Io non ho la mascherina e non la metterò» e se qualcuno obietta, risponde: «La libertà di pensiero è il primo bene a rischio: c'è un fronte di chi ha un'idea diversa rispetto al mainstream». Ma esprimere un’opinione e agire non sono la stessa cosa, Matteo. In questi mesi la rabbia contro le mascherine si è tradotta in aggressioni, come quella all'autista dell'ATAC il 26 luglio, molto simile al più grave caso di Bayonne, in Francia, dove il guidatore è stato ucciso dalla folla inferocita. Insomma, indossare il presidio in Italia è diventato un elemento ideologico come, un tempo, mettersi il preservativo. L’allentarsi della morsa del coronavirus ha permesso, ai politici abituati a farlo, di assecondare la pancia dell’elettorato senza rischiare di commettere una strage. La destra sociale, o sovranista, grida al regime liberticida e usa la mascherina come feticcio. A breve i roghi in piazza.

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