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disturbi mentali

Psicofarmaci: in molti li usano ma in pochi lo fanno bene

Fluoxetina, sertralina, citalopram, scitalopram, fluvoxamina e paroxetina: sono nomi che fanno parte della quotidianità di circa 17 milioni di italiani. L’utilizzo di psicofarmaci nel nostro Paese è infatti in costante aumento. In particolare, il consumo di antidepressivi è cresciuto ininterrottamente da almeno sette anni (del +10% in totale) e nel 2020 è arrivato a costituire il 3,7% dell’uso totale di farmaci in Italia. Ma un maggiore ricorso agli psicofarmaci non si è tradotto in una loro corretta assunzione. Anzi, molto spesso, gli italiani tendono a non seguire la terapia con costanza.

Più psicofarmaci cheterapia

Secondo un’indagine condotta da AIFA nel 2018 su 123.618 persone over 45 nuovi utilizzatori di antidepressivi, questa tipologia di psicofarmaco rientra tra le categorie terapeutiche con percentuali più alte di soggetti non aderenti alla terapia. Il 40% di chi usa questi farmaci ha infatti una bassa aderenza, e solo il 16% registra un’alta aderenza. Una percentuale, questa, che scende al 14% fra i 75-84 enni e all’11% tra gli over 85. Si tende anche a interrompere più facilmente la terapia. Già a 96 giorni dall’inizio della cura la probabilità di interrompere il trattamento è del 50%, sia fra gli uomini che fra le donne. E il fenomeno diventa più evidente all’aumentare dell’età: più si invecchia, prima si interrompono le cure, passando da un massimo di 112 giorni per i 45-54 enni a un minimo di 73 giorni per gli over 85 anni.

Dove si consumano gli psicofarmaci

Esiste una mappa geografica e sociale dell’uso di psicofarmaci nel nostro paese, pubblicata da Aifa in questi giorni e che mostra un’Italia dove la trasversalità dei disturbi mentali si incrocia con una diversa diffusione sul territorio, tra i gruppi sociali e di genere. Questo “Atlante delle disuguaglianze sociali nell’uso dei farmaci per la cura delle principali malattie croniche”, spiega Francesco Trotta, Dirigente del Settore HTA ed economia del farmaco, «è il punto di partenza di un progetto ambizioso» che vuole indirizzare le politiche nazionale a ridurre le disuguaglianze sociali.

In Italia quasi 3 milioni di persone hanno sintomi depressivi, che si conferma la malattia più diffusa a livello psicologico. Due terzi dei pazienti sono donne, gli uomini 1 milione e 300mila, anche a fronte di una maggiore difficoltà a riconoscere e affrontare i sintomi della depressione per questi ultimi. Le due milioni di donne colpite da questo disturbo sono le principali consumatrici di antidepressivi in Italia e vivono principalmente nel Centro e nel Nord Italia, come dimostrano l’Atlante di Aifa e il rapporto OsMed sempre di Aifa. Anche in questo campo, la presenza del disturbo e l’uso dei farmaci sono correlati alle differenze socio-economiche. «Le disuguaglianze socioeconomiche nella depressione sono ben documentate e il rischio di sviluppare la patologia è associato a stati di povertà e disoccupazione» spiega l’Atlante. La stessa Istat, ripresa anche da Aifa, sottolinea come l’incidenza della depressione raddoppi tra gli adulti con un basso livello di istruzione e non occupati. Inoltre, portare avanti la terapia sembra essere più difficile per gli strati sociali più poveri.

Eppure, nonostante la maggiore esposizione alla depressione, la popolazione più svantaggiata è anche quella meno propensa a utilizzare farmaci, forse per una minore accettazione del disturbo. Nonostante questa divisione sociale e geografica abbastanza evidente, nel nostro paese il consumo di antidepressivi cresce ininterrottamente da almeno sette anni e nel 2020 è arrivato a costituire il 3,7% dell’uso totale di farmaci in Italia. Queste differenze socioeconomiche, in un paese come il nostro dove il sistema sanitario è aperto a tutti, colpiscono soprattutto nella disponibilità ad acquistare farmaci. Il rapporto, perciò, è anche l'occasione, per il direttore generale dell’Aifa, Nicola Magrini, di lanciare un monito alla politica. «Dobbiamo calcolare con attenzione la spesa privata sempre più consistente per i farmaci, perché potrebbe rappresentare un fattore di ulteriore differenziazione tra regioni ricche e povere».

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