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L'Isola delle Rose e il tramonto delle comuni

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Nel 1968 l’imprenditore quarantenne Giorgio Rosa e un gruppetto di persone costruì una piattaforma a largo di Rimini e dichiarò l’indipendenza della Repubblica esperantista dell’Isola delle Rose, un’utopia che avrebbe dovuto stampare moneta (i Mills) ed essere libera dal governo italiano. Una storia vera stravolta e trasformata in un film con Elio Germano da Sydney Sibilia per Netflix. Un’opera liberamente romanzata, che apre uno scorcio su tutte quelle avventure utopiche, dalle micronazioni alle comuni, che in Italia provarono a rivoluzionare la società e che fallirono tutte, inesorabilmente.

Come naufragò l’Isola delle Rose

Giorgio Rosa, seppure idealista, non fu un simpatico neolaureato innamorato delle feste e della libertà. Ex membro della Repubblica Sociale, Rosa era un quarantenne che chiamava i partigiani “terroristi” e odiava Democrazia Cristiana e americani. Il suo idealismo era quello di un imprenditore che voleva dare il via a una micronazione libera dalla burocrazia. Nell’esperienza dell’Isola delle Rose, che si riassunse in due mesi di pranzi in alto mare, non esisteva alcun legame con le contestazioni del periodo, anzi Rosa si dimostrò sempre molto critico verso i moti del 1968. L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, come quella di altre micronazioni, è fatta di caratteri peculiari e sfugge alle generalizzazioni. Graziano Graziani, che studia queste realtà dal 2005, le descrisse nel 2015: «Ci sono casi che nascono da una volontà comunitaria, come esperimenti sociali differenti e innovativi, e viceversa tentativi di instaurare forme di assolutismo. Ci sono anche casi riconducibili all'anarchismo di destra, o tentativi di miliardari che investono soldi per creare dei piccoli stati in cui risiedere per evitare la tassazione». L’esperimento di Rosa fu più vicino a quest’ultimo tipo eppure, con la sua idea di creare un’isola artificiale in acque internazionali, l’imprenditore riminese rivelò una realtà che spesso nascondiamo a noi stessi: gli stati non si fondano tanto sul diritto e sulle costituzioni che concordiamo, ma sull’esercizio istituzionale della forza. Quando, dopo 55 giorni, lo stato italiano decise di chiudere l’esperimento di Rosa, il diritto internazionale non difese l’Isola delle Rose da quell’esercizio unilaterale della forza che la affondò con i sogni dell’imprenditore. Questo finale lega il sogno di Rosa a molti degli altri esperimenti comunitari italiani, finiti presto o tardi nel mirino delle autorità.

Le comuni italiane

Mentre l’Isola delle Rose affondava, tutto un nuovo movimento stava nascendo in Italia dalla fusione del femminismo con il nascente ambientalismo: le comuni. Oggi è difficile comprendere quel nodo gordiano che fu la società italiana a cavallo tra i ‘60 e i ‘70: fascismo (sono gli anni dei golpe mancati e della strage di Piazza Fontana), sessuofobia, patriarcalismo, militanze comuniste e cattolicesimo dominante, in politica e in famiglia. Ed è dunque complicato comprendere la potenza rivoluzionaria con cui gli esperimenti sociali del periodo esplosero in quella società senescente, conservatrice e fortemente reazionaria. Se l’Isola delle Rose fu un’utopia libertaria-capitalista spinta da motivazioni economiche, come disse lo stesso Rosa: «C’era la possibilità di poter avere il carburante senza gli oneri del governo. Puntavamo sul turismo, l’Isola doveva essere una zona franca», ben diversa fu, ad esempio, la comune di Ovada in Piemonte, nata l’anno seguente. Nell’inverno del 1970, un gruppo di ragazzi si accampò presso alcuni casolari abbandonati della zona intrecciando legami con i contadini e iniziando una vita comune e rurale, accompagnata da feste serali, piatti lavati nel fiume, agricoltura e allevamento. Racconta Matteo Guarnaccia in Underground italiano: «Le giornate passavano nella meraviglia, era estate e lì vicino scorreva un fiume che creava delle pozze tra dei macigni, inutile dire che eravamo sempre nudi. Cucinavamo mele cotte sul fuoco della stufa e la notte ci addormentavamo fra nenie e bonghi alla luce delle candele». La sperimentazione e i suoi rischi erano all’ordine del giorno: «Conobbi l’amore delle ragazze e le sue conseguenze (dolorose gonorree) ebbi avventure (fui caricato dalla mucca in calore) vagai solo nel bosco in acido, percependo la presenza quasi insostenibile di tutte le creature animali e vegetali, sentendo scorrere in loro la vita, la stessa che pulsava dentro di me e tutto questo non mi faceva alcuna paura». L’LSD fu, infatti, protagonista di molti esperimenti nelle comuni: «Discutendone nella comune abbiamo deciso che l'avremmo assunto tutti insieme» ha spiegato Dinni Carosi, fondatrice di una delle pochissime comuni urbane, a Milano, sempre nei ‘70. «(L’LSD, ndr) È stata un'esperienza unica, decondizionante, che neanche saprei descrivere. Due di noi, ovviamente, erano rimasti a farci da guida. Io poi mi sono fermata, perché alcuni arrivati al decimo hanno iniziato a sperimentare il bad trip». A Ovada, dove si respirava libertà e natura in un periodo storico sempre più teso e conformista, iniziarono ad arrivare hippies da tutta Europa e, con loro, anche le attenzioni dello stato. Ovada seguì lo stesso destino dell'Isola delle Rose, poco più di un anno dopo la sua nascita fu sgomberata dall’ennesima retata della polizia e scomparve dalla storia.

Il tramonto delle comuni italiane

In Italia nacquero e morirono moltissime comuni. Il loro arco vitale fu spesso breve ma ricco di esperimenti sociali ed esperienze individuali. La loro dimensione fu molto intima e vicina alla persona, come scrivono Donata e Grazia Francescato, in Famiglie aperte: la comune del 1975: «Le comuni di oggi hanno scopi più limitati (rispetto a quelle del XIX secolo, ndr). Il concetto tradizionale di “salvezza” è stato barattato con quello più modesto di “crescita personale”, la retorica religiosa o politica ha ceduto il passo a quella psicologica». Alla repressione di stato si aggiunsero altri fattori come l’arrivo dell’eroina e dell’estremismo politico che trasformarono la “meglio gioventù” nella generazione disillusa degli anni Ottanta. Ma la storia delle comuni non si esaurì con gli esperimenti “hippie” di quegli anni. Il tramonto di quelle realtà lasciò un’eredità che sopravvive ancora oggi in un centinaio di comunità italiane. Come quelle descritte da Manuel Olivares nel suo Comunità intenzionali, ecovillaggi e cohousing, che ha studiato le comuni per quindici anni viaggiando tra Europa e Asia, hanno origini filosofiche diversificate: protestanti radicali, socialisti utopisti, anarchici, hippies, kibbutzniks, ecologisti più o meno profondi, new-agers, cristiani eterodossi, musulmani pacifisti. In Italia queste realtà sono molto diverse ma legate tra loro da un fine comunitario e da strumenti condivisi come la rivista Volontari per lo sviluppo. Dai condomini solidali di Milano alle fraternità di Torino fino alla Holy Wood per artisti in Toscana, molte comuni di oggi hanno perso il loro carattere rivoluzionario ma non quello sperimentale. Nomadelfia, in provincia di Grosseto, comunità ispirata ai kibbutz, ha resistito per decenni. Ci vivono 350 persone in un’area di 4 ettari, tutti i loro beni sono in comune, non circola denaro e la comunità si sostiene con l’agricoltura biologica, il caseificio e l’orto. I bambini e i ragazzi frequentano una scuola interna, obbligatoria fino a 18 anni e riconosciuta dal Ministero. La comunità è retta da organismi eletti divisi rigorosamente a metà tra rappresentanti uomini e donne. Oggi comunità come queste sopravvivono quali “mutazioni” sociali ai margini di un paese, l’Italia, molto diverso da quello degli anni Settanta. Un luogo meno chiuso di un tempo, che sembra aver trovato un equilibrio con le sue parti più anticonformiste. Ma che, probabilmente, non esiterebbe a intervenire con la forza se l’alterità di queste comuni minacciasse di nuovo lo status quo sociale.

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