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Perché il lavoro non ci ama

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La giornalista statunitense Sarah Jaffe, impegnata da più di dieci anni nel racconto delle dinamiche tossiche sul lavoro, raccoglie nel libro "Il lavoro non ti ama. O di come la devozione per il nostro lavoro ci rende esausti, sfruttati e soli" (edito in Italia da Minimum Fax) storie di conoscenti e sconosciuti con un denominatore comune: essere stati prima ammaliati, conquistati e poi ingannati dalla retorica del lavoro dei sogni, dalla sensazione artificiale di essere parte di una famiglia non appena si varca la soglia di un ufficio, del sacrificio in nome di un coinvolgimento affettivo, a servizio di interessi del Capitalismo.

VD ha incontrato Jaffe per farci spiegare cosa sbagliamo e quali sono i costi del coinvolgimento affettivo nel lavoro, quel labor of love, che spesso è strumento di potere e generatore di divario socio-economico.

Perché il lavoro non ci ama?

La traduzione letterale del titolo sarebbe “il lavoro non ricambia il nostro amore” e condensa perfettamente la mia ricerca. Riponiamo energie, amore e cura, siamo stati educati ad amare i nostri impieghi ma il lavoro non ci ripaga allo stesso modo. Niente di tutto ciò viene ricambiato. Appena ho iniziato a fare la giornalista mi sono interessata a indagare e scrivere di lavoro perché io stessa ho visto sulla mia pelle gli effetti di tutto questo.

In che modo? Quali dinamiche tossiche sono insite nella retorica del lavoro dei sogni?

È parte del sogno stesso. Il problema del lavoro dei sogni risiede nel tempo impiegato a desiderarlo, nelle aspettative riposte e i sacrifici a ogni costo. Non solo. Per quanto mi riguarda ho lavorato nella ristorazione dieci anni prima di riuscire a diventare una giornalista. Sarei stata disposta a fare qualsiasi cosa per realizzare i miei desideri e uscire da lì. Ciò comporta che si accettino mansioni non pagate, lavori sottopagati per poi realizzare che non portano da alcuna parte o che la paga non è sufficiente a pagare le bollette o ad avere una vita dignitosa. Ho parlato di giornalismo ma accade in tantissimi altri ambiti, cercare di fare di tutto per emergere, arrivare e realizzare che il compromesso diventa insostenibile.

Come ambienti di lavoro e datori sono coinvolti?

È proprio attraverso questo meccanismo dei sogni che loro ti hanno ti conquistano, sei arrivato fin qui, dovresti essere riconoscente, ringraziare per aver avuto la fortuna di fare davvero quello che desideravi. Così non negozi una paga adeguata, orari sostenibili o permetti che il capo ti scriva a mezzanotte di sabato sera per un carico aggiuntivo di lavoro da smaltire.

Anche il sacrificio ha un impatto emotivo forte...

Certo. Alla fine della giornata quasi non sappiamo cosa fare, lavoriamo perché la retorica del capitalismo indica quella via e dovremmo sentirci appagati nell’arricchire le aziende per cui svolgiamo le mansioni per cui ci hanno assunto ma non accade sempre così, non controlliamo quello che facciamo, siamo parte di un sistema in cui il singolo non ha potere.

Se parliamo di digitalizzazione a tutto ciò si sovrappone una forma di isolamento..

Dopo la pandemia abbiamo iniziato a parlare di lavoro da remoto ma io lavoro da casa, come tanti altri, da dieci o undici anni pagando ogni strumento che mi occorre con le preoccupazioni che ne derivano. In qualche modo diventa alienante, conoscere colleghi non sempre è possibile, tutto diventa complesso quando sei sola, isolata in casa.

Qual è l'impatto sulla nostra mental health?

In più modi il lavoro anche quando è collettivo o apparentemente piacevole ha un impatto sulla nostra salute mentale.Conosco tanti amici in terapia a partire da temi che riguardano il tempo trascorso a lavorare, le responsabilità o la paura di non riuscire a pagare affitti e bollette a fine mese. Il #MeToo, poi, ci ha dimostrato come non sempre i luoghi di lavoro sono sicuri e protetti e liberi da molestie.

Esiste un modo per trasformare il modo in cui pensiamo al lavoro e disinnescare i meccanismi tossici?

Nel libro ho raccontato storie diversissime. Alcuni migliorano la loro condizione attraverso forme di sindacato, cooperazione o creatività condivisa. Tutto sta nel renderci conto che il problema non è individuale ma strutturale. Mi chiedono spesso se è un problema generazionale ma io non sono Millennial. Non credo che sia solo un problema generazionale è però legato ai mutamenti degli ultimi decenni che hanno portato il singolo lavoratore ad avere sempre meno controllo su ciò che crea e produce. Spero ci sia una nuova ondata di consapevolezza di massa. Magari a partire dalle generazioni che lavorano ora per la prima volta.

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