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Capire le periferie d'Europa con L'odio

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Per capire L'odio dobbiamo tornare a giugno 1995. Le discussioni di un’Europa non ancora globalizzata, unita ed iper-connessa, lontana anni luce dai dibattiti e dalle agende pubbliche scandite a ritmo di social, si concentrano soprattutto su tematiche politiche ‘alte’: come quella dell’allargamento e successiva ratifica dell’accordo di Schengen che proprio in quelle settimane - spinto dalla presidenza di turno francese - entra ufficialmente in vigore tra Belgio, Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, Lussemburgo e Germania, aprendo - de facto - alla stagione della libera circolazione dei cittadini all’interno dell’UE.

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L'odio di Mathieu Kassovitz uscì in Francia nel 1995

Nelle stesse settimane un regista francese di origine ebraica, figlio d’arte e non ancora trentenne, vince nel clamore più assoluto la Palma d’oro al Festival di Cannes con un’opera folgorante: un film che squarcia l’apparente quiete che regna oltralpe, ribaltando con la brutalità di un pugno nello stomaco la percezione esterna della società francese, mettendola davanti alle sue storture e contraddizioni.

L'odio mette la Francia di fronte alle sue contraddizioni

Senza giocare troppo con la materia filmica, scegliendo un taglio quasi documentaristico, immerso in un allucinato bianco/nero figlio della tradizione della Nouvelle Vague, L’odio, a firma Mathieu Kassowitz, cala sulla Francia come una bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un momento all’altro.

25 anni dall'uscita de L'odio

Le conseguenze per la Francia, le stesse citate più volte nel corso del film - «l’odio può generare solo altro odio, Vincent» - sono imprevedibili e l’impatto del film sulla società francese ha la stessa importanza di capolavori maledetti come Il Cacciatore o Taxi Driver (entrambi citati nel film) nella società americana di fine anni ‘70, reduce dal trauma del Vietnam.

La Francia del 1995 è ricca e le periferie di estrema destra

La Francia, però, è un paese prospero, a fortissima vocazione europeista, una stella polare del processo di costruzione della nuova entità politico-economica che si sta prefigurando, ma è un paese che, allo stesso tempo, poche settimane prima ha vissuto una svolta epocale: uscita dalla lunga stagione socialista di Mitterand, Jacques Chirac ha vinto le elezioni al secondo turno grazie soprattutto al voto delle periferie e dell’estrema destra di Le Pen, in costante crescita da anni. Uno schema che si ripresenterà in vari paesi europei anche a 20 anni di distanza.

La storia dei tre amici delle banlieu squarciò l

La storia dei tre amici delle banlieu squarciò l'apparente quiete d'oltralpe

È la prima, enorme crepa nel modello assimilazionista di stampo francese: un tema che L’odio, come nessun altro film, riesce a catturare, cristallizzare in un momento storico per renderlo universale grazie ad una narrazione diretta, uno stile inconfondibile, scelte di regia e montaggio iconiche e fuori dagli schemi non perdendo mai di vista l’attualità, la realtà sociale del paese.

Il fallimento del progetto banlieu è il cuore del film

O meglio, della sua metropoli simbolo - dimenticata da tutti e sacrificata sull’altare di una visione che pone la conformità del ‘diverso’ al proprio modello dominante quale zenith sociale indiscutibile.

Vinz è il protagonista di un capolavoro maledetto come Il Cacciatore e Taxi Driver

Vinz è il protagonista di un capolavoro maledetto come Il Cacciatore e Taxi Driver

Il fallimento dell’assimilazionismo francese, i temi delle ‘periferie’ - quelle banlieu che avevano dato i primissimi sintomi di rigetto con le rivolte del 1994, immortalate in apertura del film -, la questione complessa delle differenze sociali, linguistiche e di (non) accesso all’istruzione da parte delle minoranze, perfino l’architettura urbana e i suoi orrori in cemento armato: L'odio è un film che riesce mirabilmente a consegnare un’istantanea nitidissima delle problematiche che stavano affiorando nell’Europa continentale a metà degli anni ‘90 e che sarebbero detonate nei successivi 20 anni.

Le scene memorabili de L'odio

Guardarlo oggi provoca la stessa sensazione di adrenalina e straniamento di 24 anni fa: una società che precipita dal 53esimo piano di un grattacielo e che ripete ‘fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene’ è una società destinata inevitabilmente all’atterraggio più traumatico. Nel confezionare questo gioiello filmico grezzo e sospinto da una forza neo-realista, Kassowitz ci consegna inoltre scene memorabili, come quella di una Torre Eiffel quasi entità metafisica, così lontana concettualmente e fisicamente dalla vita dei tre protagonisti che appare quasi come un elemento alieno, posticcio, estraneo a una Parigi ghettizzata, cupa, violenta.

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O la scena-cult del Dj, scandita a ritmo di rap, Edith Piaf e skretching con una surreale panoramica che volteggia tra gli spazi delle banlieu dove si ammassano senza criterio minoranze e disoccupazione nella completa mancanza di infrastrutture e speranza.

L'ombra della diseguaglianza e dell'ipocrisia

Nelle 20 ore in cui si dispiega la storia che vede protagonisti Hubert, Vincent e Said resta evidente un concetto: oltre le prepotenze e le violenze indiscriminate della Polizia verso gli abitanti delle banlieu, oltre le falsità della Parigi borghese che si trincera dietro capi eleganti e vernissage à-la page ma che disprezza i propri concittadini, oltre il quieto orrore che si nasconde dietro il cittadino-medio che ‘vuole vivere tranquillo’ e quindi vota Le Pen come catarsi delle proprie pulsioni xenofobe, alla base di questo puzzle sociale schizofrenico destinato a non ricomporsi si staglia il concetto di disuguaglianza: sia essa economica, sociale, culturale.

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E’ il virus che si è inoculato nelle periferie d’Europa in anni solo apparentemente prosperi e che è tornato a rafforzarsi nell’ultimo decennio post-crisi finanziaria - quanto sono vicine le Torre Maura e le Casal Bruciato dei giorni nostri? - per lasciarci in eredità una società che, oggi più che mai, deve imparare a fare i conti non più con la caduta, ma con l’atterraggio.

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