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Fake news, fanboy e il collasso del dibattito politico

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Le accorate “manifestazioni di protesta”, gli oceanici “cortei pacifici”, i drammatici “scioperi della fame”, i repentini e improvvisi “scioperi dei lavoratori”. Il ricco e affascinante lessico delle ribellioni civili, salvo qualche sparuta eccezione, si è ridotto ad un triste e desolante refrain. Rabbia sui social. Indignazione sui social. Rivolta social. L’esplosione dei social network e l’apertura della stagione del peer to peer, della condivisione tra pari, ha soverchiato la vecchia gerarchia delle fonti d’informazione, stravolgendo il classico schema di un’informazione dall’alto al basso. Ci siamo illusi che il pluralismo di mass media e social media garantisse un’informazione libera e veritiera, che il singolo da mero fruitore passivo di notizie potesse elevarsi a voce autonoma e indipendente nel dibattito pubblico. Tuttavia, piuttosto che una pronunciata socialità e una reale condivisione il mondo dei social ha tristemente evidenziato la rabbia sociale, la credulità e sovente il deprimente analfabetismo di una grossa fetta dei penisolani. E ha passivamente assistito al proliferarsi di fake news, di siti di bufale, del bollino anti bufala e dei professionisti anti bufala, generatori quotidiani di disinformazioni e controinformazioni.

I social hanno evidenziato la rabbia, la credulità e sovente l’analfabetismo dell’elettorato

Dal canto loro, i più autorevoli e diffusi quotidiani nazionali, se nella forma cartacea sono sempre più simili a condannati al patibolo, nella veste social appaiono come enormi discariche di link, impegnati come sono nella frenetica rincorsa al click. E tra una zampina malandata del coccodrillo Bill e l’incidente sexy di una tennista sconosciuta, le notizie realmente di pubblico interesse sono strillate e votate al sensazionalismo. Tale situazione confusionaria è stata però superata dalla visionaria classe politica nostrana, che ha reagito in maniera veemente con una riforma di ampio respiro tesa a garantire la genuinità e la verità dell’informazione. Si, in un mondo parallelo. Nella nostra malinconica realtà ha fatto dei social un potentissimo strumento di propaganda e disinformazione. La rapida trasformazione comunicativa ha annullato la distanza tra cittadini e il politico, non più interlocutore di scomodi giornalisti ma capopopolo della pletora informe dei follower. Ha poi semplificato il linguaggio, rifuggendo dai discorsi astratti e complicati e ammiccando a espressioni quotidiane e semplicistiche. E da ultimo ha velocizzato la discussione pubblica, attraverso like e retweet come indici di gradimento.

Facebook ha da poco chiuso 23 pagine di odio e fake news, ma è solo l

Facebook ha da poco chiuso 23 pagine di odio e fake news, ma è solo l'inizio

Il messaggio politico dapprima pressurizzato nei 140 caratteri del tweet, si è evoluto nel triste ed insulso meme, in un’immagine photoshoppata correlata ad una frase indignata. Semplicismo, immediatezza, cattivismo che hanno smantellato la coscienza critica e l’opinione consapevole dei cittadini/utenti, non più interessati a dibattiti complessi e costruttivi ma divisi in tifoserie. Trasformati in ultrà estremisti e urlanti, onniscienti e presuntuosi. Orgogliosi della propria ignoranza, che prolifera nella sovrapproduzione d’informazioni, credono di sapere tutto, elaborano sgangherate teorie su qualsiasi argomento, sfidano senza indugio con aggressiva superficialità la Medicina, il Diritto, la Storia e gli altri saperi specialistici.

Sui social i fanboy replicano la trinità: “mi piace, condividi, FAI GIRARE”, ridotti a fiochi e ridicoli megafoni del nulla politico

Una sterminata massa di giudici, pronti ad assolvere o condannare con sentenze/recensioni al vetriolo. E a replicare quotidianamente la banale trinità dell’automatismo “mi piace- condividi- FAI GIRARE”, che li riduce a fiochi e ridicoli megafoni del nulla. Così il vaccino rende autistici, il fascismo ha fatto cose buone, se hai a cuore il destino di chi sfida il mare per un futuro migliore sei un maledetto buonista radical chic servo dell’élite. E prende corpo il surreale dibattito su Greta Thunberg, da un versante eretta a salvatrice in pectore del pianeta Terra, e dall’altro apostrofata come “gretina rompiballe”. Solo due esiti ci appaiono possibili a una situazione irrimediabilmente compromessa, avvelenata dal tifo cieco e dal tuttologismo di parte. La prima, complessa e dispendiosa, prevede l’installazione su tutti i dispositivi di una tastiera che ti morde o ti ustiona le dita a ogni condivisione/diffusione di notizie false e generatrici d’odio. La seconda, meno esosa e più facile, ingolosisce i governanti: chiudere realtà informative come Radio Radicale, tappare l’orecchio indiscreto e critico nelle stanze del potere che per anni ha permesso a qualsiasi cittadino di entrare in parlamento e nelle aule dei tribunali, e accentrare sempre più la comunicazione nelle mani del potere stesso e del suo rumoroso coro di tifosi e fanboy.

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