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Perché dovremmo sostenere i giovani tassando l'eredità

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La proposta di Enrico Letta, segretario del Partito Democratico, di una “dote” di 10mila € ai diciottenni italiani, finanziata con l’aumento della tassa di successione, ha avuto vita breve. Ma ha stimolato un dibattito sopito. Oggi, l’aliquota della tassa di successione (e donazione) in Italia oscilla tra il 4% e l’8%, una delle più basse d’Europa. In Francia, al contrario, varia dal 5 al 45% e in Germania dal 7 al 30%. E la differenza nella ridistribuzione della ricchezza è enorme: la Francia incassa 14 miliardi euro dall'imposta, la Germania 7 miliardi, l’Italia 800 milioni. La proposta di Letta non è nuova, era stata avanzata già dal Forum delle Diseguaglianze e Diversità che sostiene una riforma basata sulla progressività: nulla sotto i 500mila euro, 5% entro 1 milione, 25% fino a 5 milioni e 50% oltre tale cifra. Questo tipo di modifica avrebbe portato l’Italia nella media europea e operato su quell'elemento chiave già analizzato da Thomas Piketty ne Il Capitale nel XXI secolo: le diseguaglianze nate dal passaggio delle generazioni. Proprio le successioni sono il punto di partenza della nostra intervista a Fabrizio Barca, già Ministro per la coesione territoriale durante il Governo Monti, che presiede il Gruppo di Coordinamento proprio del Forum.

Professore, perché è così difficile toccare l’argomento eredità in Italia?

Esiste un sacrosanto attaccamento nel lasciare qualcosa ai familiari. Come si è arrivati a convincere le persone a non fumare nei locali o a non gettare rifiuti per la strada? Bisogna sfondare il senso comune, discutere con i giovani e, attraverso i giovani, con le loro famiglie. Ma se sono proprio i giovani a non recepire questa proposta, allora non si deve fare, ma se la spieghi bene è una proposta comprensibile. Tutti capiscono che non si tratta di impedire la normale e sacrosanta transazione del patrimonio. Noi, con la nostra proposta, escluderemmo le eredità fino a 500mila euro dalla tassazione, bisogna far capire (anche a quelli che hanno i soldi) che questa è una proposta per tutti, anche per loro.

Abbiamo degli esempi?

In Europa non ci sono tanti esempi di modello a cui ispirarsi. Il modello del Forum è arrivato a precipitare la sua idea partendo dalla formazione della nuova classe dirigente. Negli Stati Uniti, ad esempio, nelle ultime elezioni, sono emerse le reti di cittadinanza, in appoggio del Partito Democratico. Lo stesso Community Organsing di Alinsky è diventato oggetto di un corso politico, settecento giovani hanno aderito a questo corso e tutto ciò denota che sono ispirati. Ci sono altre reti anche in Italia, come quella dei  “Numeri Pari” e, in generale c’è una tendenza a far rete con il mondo accademico. Il Forum, come le altre reti, si propone proprio come corpo intermedio.

E i partiti?

È molto difficile immaginare grandi nazioni democratiche in cui non esita quella cosa che noi chiamiamo “partito”. Pensare però di rimettere “il dentifricio nel tubetto” e riportare i partiti a cinque milioni di iscritti è impossibile. Viviamo in una società complessa, con un’enorme diffusione della conoscenza, con valori e obiettivi diversi. Siamo in un momento di ricerca e questo vale in tutto il mondo. Soprattutto per i giovani.

Già, i giovani….

Noto una grande discrasia tra la grande consapevolezza che aleggia attorno ad alcune tematiche - come quelle sociali e ambientali - e la scarsa fiducia nel fatto che le cose possano cambiare e nel successo della mobilitazione. Le nuove generazioni fanno fatica a esprimere la classe dirigente, non si sentono parte del dibattito, sentono che le decisioni si prendono da un’altra parte. I migliori restano fuori dai salotti, dai giri di “portaborse” e “amici” e quindi perdono la fiducia nell’auto organizzarsi. Restano ai confini tra sociale e privato, ma poi si fermano lì, quando inizia la selezione della classe dirigente. E cominciano a tirarsi indietro.

Che contributo può dare, in tutto questo, il digitale?

Il dato oggettivo, ben catturato in un libro di Mauro Magatti, è che il digitale moltiplica le opportunità di realazioni, ma allo stesso tempo le alleggerisce, le rende precarie e disattivabili in un colpo. È una leggerezza che ci rende insoddisfatti e ci dà la sensazione di non contare nulla. Pensiamo di cambiare il mondo in 280 caratteri (quelli di un tweet, ndr), poi ti rendi conto della vanità di quell’atto e ti senti inutile. Puoi avere tanti follower e non aver fatto niente. E tutto questo è alimentato dalle grandi sorelle digitali.

Perché secondo lei?

L’obiettivo è quello di disintermediare i mercati, perché la loro penetrazione passa attraverso la frammentazione.

E come avviene tutto questo?

Dobbiamo riprendere in mano le piattaforme: non lasciare che le preferenze siano controllate da informatici il cui obiettivo è solo quello di massimizzare i profitti dei loro datori di lavoro. Abbiamo ritenuto ingiusto, ad esempio, il ban subito da Donald Trump, da parte dei social network. Il fatto è che il successo di queste piattaforme si basa sulla divisione e i criteri di apprezzamento seguono questo stesso meccanismo. Immagini se si potesse misurare il successo di un mio tweet dalle persone a cui ho fatto cambiare idea. Ciò cambierebbe tutto, perché cambierebbe la scala dei valori. Non possiamo lasciare che le imprese che governano il digitale decidano le nostre preferenze, già con il capitalismo le preferenze sono influenzate, ma con il digitale tutto ciò ha fatto un salto multiplo.

C’è un rimedio?

C’è bisogno di una nuova radicalità, di andare alla radice delle cose. Definiamo il progresso attraverso l’aumento della giustizia sociale e questo per noi vuol dire prima di tutto massimo accesso e diffusione delle conoscenze, anche attraverso la costituzione di una grande impresa europea che faccia ricerca e sviluppo; e poi c’è da risolvere la drammatica povertà educativa che determina mitologie, fake news, antiscientismo ed esclusione sociale. E poi bisogna riequilibrare il potere a favore del lavoro. Il capitalismo è un animale estremamente flessibile: se il lavoro incalza, chi controlla l’impresa è costretto a creare innovazione e quindi sviluppo. Per questo è necessario un salario minimo legale, il lavoro non può negoziare solo ex-post. Sono cose semplici, radicali, ma molto con i piedi per terra.

Cosa consiglia a un diciottenne che vuole cambiare le cose?

Che deve darsi da fare, altrimenti nulla cambierà nella direzione che desidera. E poi ispirarsi in coloro i quali hanno trovato un equilibrio tra il curare abbastanza se stessi e il loro micro-intorno, occupandosi, al tempo stesso della cosa pubblica. Fare di queste persone un accompagnatore, un mentore.

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