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Noi donne dobbiamo smettere di soffrire per essere attraenti

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A ridosso dell'otto marzo, festa della donna, un movimento femminista giapponese, #KuToo (gioco di parole tra “scarpa” e “dolore”), ha chiesto e ottenuto dal primo ministro Shinzo Abe di non rendere più obbligatori i tacchi per le donne sul posto di lavoro. Simbolo della moda femminile, associati a bellezza e successo: ma anche scomodi, dolorosi e pericolosi per la salute. Perché ci ostiniamo a difenderli, a discapito dei nostri diritti come donne?

Se non sei scomoda, non sei bella

L’equazione “bellezza femminile = scomodità” è antichissima: dalle fasciature ai piedi tipiche della cultura cinese, al corsetto, fino al tacco alto, uno dei pochi orpelli tanto attraenti quanto scomodi a sopravvivere fino a oggi. Numerosi scatti immortalano donne famose impegnate nelle attività quotidiane più disparate, dal fare la spesa allo spingere un carrello in aeroporto, persino andare in bici: sempre con i tacchi alti.

Il #KuToo è un movimento di donne giapponesi contro l

Il #KuToo è un movimento di donne giapponesi contro l'obbligo dei tacchi

Cosa crediamo di dimostrare, noi donne, sfidando la gravità, ogni logica che ci suggerirebbe di preferire calzature più comode, la nostra salute, in nome di una presunta attrattività sessuale? Anna Maria Curcio, docente di Sociologia, risponde: «Le donne coi tacchi scelgono di associarsi alla recita collettiva in cui si è forti se si sfidano la praticità, l’equilibrio e i rischi per la salute». L’associazione tra tacchi alti e potere risale alla notte dei tempi: a questo la contemporaneità ha aggiunto la componente sessuale, insinuando nelle donne la credenza che la loro salute e il loro comfort sia barattabile in nome di un’appetibilità sessuale da parte di perfetti estranei o colleghi.

Il tacco è pericoloso: non solo per la salute

Secondo numerosi esperimenti, le donne che calzano i tacchi hanno più possibilità di essere avvicinate dagli uomini rispetto a quelle che indossano scarpe da ginnastica o le vituperate ballerine. Non solo perché questo accessorio rientra maggiormente nei gusti degli uomini (altrettanto plagiati dalla moda), ma anche perché una donna in una situazione scomoda è più vulnerabile: con tutte le conseguenze del caso, che vanno dall’innocua offerta di aiuto alla molestia sessuale.

I tacchi sono dannosi per la salute delle donne

I tacchi sono dannosi per la salute delle donne

Una donna sui tacchi non potrà scappare da un eventuale assalitore come farebbe una che indossa le sneakers: il tacco assume dunque la funzione di mettere la donna (letteralmente) su un piedistallo, alla mercé delle occhiate, dei commenti e delle molestie altrui, senza potersi difendere. Il tacco diventa un’arma a doppio taglio, un inganno perpetuato verso le donne per renderle oggetti sessuali in cambio di un'illusione di potere e bellezza. Per non parlare dei rischi per la salute: dal mal di schiena allo stress arrecato alle ginocchia, dalle escoriazioni all’alluce valgo.

Basta femminismo su tacco 12

All’idea che la bellezza femminile sia intrinsecamente associata all’oppressione e alla sofferenza si è aggiunta un’altra credenza: che il potere femminile risieda proprio negli strumenti simbolo di costrizione. Il cosiddetto “femminismo su tacco 12”: grazie a icone come Carrie di Sex and the City, Beyoncé, Kate Moss e molte altre, il femminismo diventa un accessorio stiloso, rivendicato con orgoglio come reazione allo spauracchio della “mascolinizzazione” delle donne, contro cui inveivano i sociologi di inizio secolo. Un femminismo che esalta ed enfatizza la femminilità, che piace a certi uomini perché esaspera le differenze e tiene le donne a bada, costrette in reggiseni col ferretto, private della peluria, inerpicate sui tacchi a spillo.

Quando Simone de Beauvoir spiegò al mondo intero le differenze di genere

Un femminismo contro cui si è combattuto con istanze opposte e, per certi versi, dannose: pensiamo all’estremismo di movimenti come Free Bleeding o a figure come Tess Holliday, modella affetta da obesità che, per demolire la schiavitù del corpo anoressico, ne propone come alternativa uno altrettanto malato. Si tratta di un puro fenomeno di marketing, che raggiunge ogni tipologia di donna per renderla consumatrice: il femminismo deve spogliare il simbolo dal suo significato, per renderlo a libero uso e consumo di ogni donna.


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