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Quinoa e Soia: la dieta vegana che non rispetta l'ambiente

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Alla fine, resta sempre una questione di tendenza. Così, anche a tavola, anche in Italia, dove siamo ancorati alla tradizione (ma cos’è la tradizione, d’altronde, se non una tendenza che ce l’ha fatta?), stiamo cominciando a cambiare le nostre abitudini alimentari sulla scia del mercato. «Era l'autunno e il cameriere Antonio, servendo ad un tavolo di grandi industriali, sentì decidere che per l'estate prossima sarebbe andata di moda l'acqua blu» cantava Luigi Tenco, nel brano La ballata della moda, pubblicato postumo nel 1972. Una canzone che potrebbe a sua volta cavalcare la cresta dell’onda se, noi tutti, armati di carrello e buone intenzioni, la canticchiassimo tra le corsie dei nostri supermercati, ormai saturi di quell’«acqua blu» celebrata dal cantautore piemontese. Quinoa, soia o avocado sono solo alcuni dei tanti prodotti che hanno tracciato il solco tra passato e presente: come spesso accade, però, in questa equazione ci si scorda del futuro.

La quinoa ha un grave impatto ambientale

L’esplosione della dieta vegana e vegetariana ha certamente contribuito a trasformare la nicchia in un vero e proprio armadio a quattro ante. Nessun desiderio, certo, di mettere alla gogna chi ha scelto di dire “no” agli alimenti di origine animale, parzialmente o in toto, perché fondamentalmente resta una minoranza (in Italia, l’8% si dichiara vegetariano, di questi solo l’1% vegano). C’è però, una vera e propria contaminazione di elementi appartenenti al mondo vegan che, nel nome di una scelta etica, sono finiti sulle tavole di chi vegano non è. È il caso della quinoa che, per le sue proprietà (l’alto valore proteico che va a colmare il vuoto lasciato dalla carne) è presente oggi nelle cucine delle casalinghe e nelle ricette dei menù stellati, come il suo abbinamento al cervo proposto dallo chef Alessandro Proietti Refrigeri.

La dieta vegetariana può essere etica se praticata consapevolmente

La pianta si accorda con carne o pesce, fregandosene delle sue “radici” vegetariane e dell'etica vegana, purché se ne produca e ciò che accade in Perù e Bolivia finisce per essere ignorato come un danno collaterale. Per i peruviani, il prezzo al chilo di uno degli alimenti basici della loro dieta, è schizzato a 2,70 euro – quattro volte il costo del riso – provocando una reazione a catena che li ha portato a preferire gli hamburger dei fast food al loro “piatto” tradizionale. La malnutrizione infantile (19,5%) del Perù inquieta al pari del banditismo che ha trasformato la coltivazione di quinoa in Bolivia in una guerra sanguinosa.

Perù e Bolivia pagano a caro prezzo sociale il boom della quinoa

Nel febbraio 2012, consequenziale all’exploit del prodotto e alle gelate sempre meno frequenti, c’è stata una corsa per accaparrarsi appezzamenti di terreno che ha causato rapimenti, feriti e pure l’esplosione di qualche carica di dinamite. Scardinare gli aspetti sociali di una civiltà, però, non è il solo effetto causato dal cambiamento delle nostre tendenze alimentari. Il WWF ha commissionato una ricerca sulla possibilità di sostituire i prodotti ad uso animale con gli “equivalenti” vegetali. Ne è uscita una débacle che, invece di ridurre il 70% dei gas serra, ha riproposto il problema opposto. Un’ulteriore dimostrazione che, a scanso di dilemmi etici esistenziali, non sarà la soia a salvare il pianeta. La stessa soia che si sta mangiando, ogni anno, il 3% di foresta pluviale argentina, circa l’estensione del Portogallo. Una situazione analoga, si può ritrovare anche nella produzione di avocado in Messico (vero e proprio must di ciò che possiamo ritenere “moda”): 540 litri d’acqua per produrne un chilo, con conseguente deforestazione di 700 ettari all’anno.

La domanda per questi alimenti è troppo alta

Il problema, come abbiamo già visto, non è quindi il vegano contro il carnivoro, è il mercato. Lo stesso che, coperto dal paravento dell’etica, riesce a trasformare quel che tocca in oro per le proprie tasche e in letame per il resto del mondo. Che poi, magari fosse letame, nel caso si potrebbe parafrasare Fabrizio De André per pulirsi la coscienza. È piuttosto l’autodistruzione, la grande eredità che stiamo lasciando.

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