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L'accoglienza cantata da Fabrizio De André

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Era il 1996 quando Fabrizio De André, insieme a Ivano Fossati, pubblicava Anime salve, il suo ultimo album, testamento ideologico ed epilogo di una lunga carriera da osservatore distante, ma sempre presente a se stesso, di spiriti e umanità solitarie. Per il cantautore genovese, che in base ai quadri astrali poteva far saltare collaborazioni e partecipazioni, si trattava del tredicesimo lavoro. Un numero che il destino sembra aver scelto, perché il tredici è associato in astrologia alla costellazione dell’Ofiuco, «colui che domina il serpente».

Il menestrello dei vinti

È proprio in Anime salve che De André gioca con quello che per molti è un morso di serpente: la solitudine e l’emarginazione, che diventano chiavi, se non per comprendere, almeno per accettare il mondo. Una carrellata di anime solitarie che, «per mille anni al mondo mille ancora» vivranno e si dimeneranno ai margini di ciò che è etichettato come ‘giusto’ dalla maggioranza. E così, un po’ per obbligo e un po’ per scelta, il menestrello dei vinti si trova a raccontare e anticipare temi che bucano il tempo fino a pungerci nella nostra attualità, tra razzismo, accoglienza e identità sessuali. C’è Prinçesa, nata donna in un corpo di uomo, che insegue il suo destino nella cucina di una pensione in cui mescola «i sogni con gli ormoni», spingendo le proprie forze allo stremo affinché il suo aspetto esteriore le possa assomigliare. Ci sono i figli del vento di Khorakhanè, i più emarginati fra gli emarginati perché rom e che per gli stretti lacci della dittatura della maggioranza valgono meno di un peso morto, ma che, al tempo stesso, hanno la schiena libera da parole troppo pesanti da sopportare come “Stato” o “nazione”. C’è poi la Smisurata preghiera dei «servi disobbedienti alle leggi del branco» che dopo tanto «sbandare» vogliono soltanto che il loro volto non venga dimenticato. Forse, il Faber di oggi, frugando fra le sue parole, avrebbe invece chiesto per questi lupi solitari che il loro corpo, intrappolato in una speranza fatta barcone, non venisse divorato dai pesci e da una maggioranza che, sicura del suo 37%, «sta come una malattia».

La solitudine e l'accoglienza

Anime salve è un viaggio ideale attraverso una solitudine che per De André è un privilegio perché riporta l’uomo più vicino alla terra e al suo sapore di verità, alla libertà dei vinti, degli scherzi della natura e a quella dettata dall’avidità culturale, che rifiuta un sistema globalizzato in cui le identità o si confondono o si oppongono, facendo «a cacce coi cani e coi cinghiali». L’isolamento diventa difesa del proprio diritto a somigliare a se stessi, che si tratti di un corpo sbagliato o di un colore diverso della pelle, un diritto all’identità che è un diritto a una libertà più autentica rispetto alla fluidità delle personalità, offerta a buon prezzo dalle ragioni di mercato. È l’uomo solo contro l’«uomo organizzato», che, come il pescatore di Le acciughe fanno il pallone, sa che se non butta velocemente la rete la maggioranza, che è un narcotico per chi, come lui, viaggia «in direzione ostinata e contraria», si mangerà anche la sua fetta di dignità. La precarietà e l’emarginazione sono quindi gli unici antidoti «per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità vera». La faida raccontata in Disamistade diventa, così, una riproduzione in piccolo dell’«uomo organizzato», che oggi, a differenza di quello cantato da De André, non vede il dolore degli altri come un «dolore a metà», ma come un’entità immateriale e ingannevole: in fondo, per la maggioranza, lo scatto che ritrae il piccolo Aylan a pancia in giù sulla sabbia è solo l’ennesimo, buonista fotomontaggio.

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