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Quando Olivetti e il suo amico geniale trasformarono l'Italia in una nazione all'avanguardia

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Il 27 febbraio del 1960, mentre si trovava a bordo di un treno che avrebbe dovuto condurlo a Losanna, Adriano Olivetti fu stroncato da un’improvvisa emorragia cerebrale. Primogenito di Camillo, Adriano entrò a far parte della storica azienda di famiglia negli anni Venti come semplice operaio, per poi venire nominato direttore generale nel 1932. In occasione del sessantesimo anniversario della sua morte, vogliamo raccontarvi del suo amico geniale, che all'ombra del grande imprenditore fece la fortuna della Olivetti.

L'umanesimo aziendale di Olivetti

Elea 9003 e Programma 101 sono nomi per noi lontani, estranei, eppure rappresentano l'inizio della storia del computer: il primo calcolatore a transistor e il primo dekstop calculator programmabile. Modelli destinati a fare scuola, ambedue legati alla Olivetti S.P.A, fondata a Ivrea nel 1908, che, sin dall'esordio, la «prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere» (come usava definirsi all’epoca), si distinse per l'attenzione riservata all'innovazione, la cura del design, la credibilità internazionale e, soprattutto, la sensibilità verso gli aspetti sociali del lavoro. Con il passaggio di consegne da Camillo ad Adriano, la Olivetti mutò pelle sino a consacrarsi come vero e proprio leader mondiale del settore.

Il segreto di questo successo fu legato alla peculiare visione imprenditoriale di Adriano: in un’epoca di conflitti sindacali sempre più accessi, Olivetti fu in grado di coniugare iniziativa economica ed etica sociale, dando il via a un modello aziendale virtuoso che, per anni, ha vantato diversi tentativi di emulazione. Un umanesimo aziendale in cui il lavoratore non veniva concepito come semplice ingranaggio del processo produttivo, ma come il perno su cui si sarebbero giocati i destini dell'intera attività.

Con l’avvento della Seconda guerra mondiale Adriano, dichiaratamente antifascista, fu costretto all’esilio dal regime; al termine del conflitto, tornò a Ivrea e scoprì che, durante la sua assenza, un suo giovane collaboratore aveva realizzato un campione di macchina calcolatrice scrivente, la MC 14. Il modello costituì il prototipo della Divisumma 24, il prodotto trainante del grande successo commerciale internazionale dell’Olivetti durante gli anni Cinquanta.

Natale Capellaro, l’amico geniale di Olivetti

Quel giovane impiegato, Natale Capellaro, era nato a Ivrea sei anni prima della Olivetti. Era un figlio del sottoproletariato: la sua famiglia era costretta a campare alla giornata: mettere insieme il pranzo con la cena non rappresentava affatto un esito scontato. Pur essendo un alunno modello, fu costretto a interrompere gli studi appena dopo le elementari per iniziare a lavorare in una tipografia. La sua vita cambiò il 7 dicembre del 1916 quando, appena tredicenne, fu assunto come apprendista in Olivetti.

Pochi mesi dopo Domenico Burzio, storico collaboratore di Camillo Olivetti, si accorse della scomparsa di alcune parti meccaniche; insospettito, si recò a casa di Capellaro per eseguire una verifica. L’autore del furto era proprio Natale; non si trattava, però, di una sottrazione a scopo di arricchimento personale: il giovane aveva preso gli scarti per costruire un prototipo di tastiera da destinare agli apprendisti dattilografi.

Quella tastiera fu prodotta in serie e consegnata alle linee di montaggio. Per questa sua innata propensione alla sperimentazione, nel 1943, Natale fu nominato direttore responsabile dell’Ufficio Progetti e, nell’anno della morte di Olivetti, assunse la Direzione Generale Tecnica dell'azienda. La storia di Natale Capellaro è la storia di un genio italiano difficile da replicare, capace di imporsi sulla scena mondiale come modello a cui ambire; un ingegno premiato nel 1962, quando l’Università degli Studi di Bari gli conferì una laurea honoris causa in ingegneria civile. Non che una mente come la sua ne avesse bisogno, ma fu il riconoscimento non solo della genialità di Capellaro ma anche di un sistema imprenditoriale meritocratico e umanistico che oggi stenta a tornare in Italia.


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